La mano destra della comunione (2:6-10)

6 Ma quelli che godono di particolare stima (quello che possono essere stati, a me non importa; Dio non ha riguardi personali), quelli, dico, che godono di maggiore stima non mi imposero nulla; 7 anzi, quando videro che a me era stato affidato il vangelo per gli incirconcisi, come a Pietro per i circoncisi 8 (perché colui che aveva operato in Pietro per farlo apostolo dei circoncisi aveva anche operato in me per farmi apostolo degli stranieri), 9 riconoscendo la grazia che mi era stata accordata, Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono reputati colonne, diedero a me e a Barnaba la mano destra in segno di comunione perché andassimo noi agli stranieri, ed essi ai circoncisi; 10 soltanto ci raccomandarono di ricordarci dei poveri, come ho sempre cercato di fare.

Tema: che rapporto dobbiamo avere con i credenti che “la vedono diversamente da noi”?

Domanda preliminare: cosa pensiamo delle altre confessioni cristiane?

Anche in questo studio continuiamo a concentrarci sul racconto che Paolo offre della sua visita a Gerusalemme, durante la quale la sua posizione sulla circoncisione trovò riscontro presso i riferenti della chiesa locale. Infatti leggiamo come egli, proseguendo con la sua ricostruzione biografica, in questi versetti rimarchi il comune accordo esistente tra lui e gli altri apostoli rispetto all’essenza del Vangelo. A tal proposito il Padre della Chiesa Giovanni Crisostomo utilizza una bella espressione, affermando che i sentimenti di Paolo, Pietro e Giacomo “cospiravano”, nel senso letterale della parola di “respirare assieme”. Essi ambivano, desideravano, con un cuore solo, di perseguire il medesimo obiettivo: portare il Vangelo di Gesù Cristo al mondo che ha bisogno di ascoltarlo. Allo stesso tempo, è rilevante notare come in questa “cospirazione” vi siano delle differenze di enfasi. Paolo e Pietro riconoscono come il Signore abbia assegnato loro dei diversi campi di azione, il che comporta anche una differente modalità di presentazione della Buona Notizia. Questo è importante: la comunione tra fratelli e sorelle in Cristo per svolgere la stessa missione non comporta necessariamente uniformità nello stile, nell’obiettivo preciso della propria attività di evangelizzazione, nell’enfasi del nostro messaggio.

Il segno tangibile e visibile della comunione tra le “colonne” e i visitatori è la stretta di mano che i primi estendono a Paolo e Barnaba. Nel caso specifico, questo non è un gesto che ha origine da motivazioni puramente umane bensì, come afferma l’Apostolo, fu anche una reazione di convalida da parte di Giacomo, Giovanni e Cefa/Pietro all’opera di Dio in Paolo, al fatto che essi vedevano in questo collega l’azione della Sua grazia di cui in tal modo essi divenivano testimoni. Ciò sancisce in qualche modo anche il fatto che gli apostoli lo riconoscono come un loro pari e questo a dimostrazione del fatto che, al di là delle apparenze è la vocazione esercitata dalla Trinità che deve avere il peso definitivo nelle nostre valutazioni personali (e non qualche valutazione esteriore, come ad esempio poteva essere in questo caso, essere stati compagni o addirittura parenti di Gesù – altrimenti che dire di Giuda Iscariota?). Quindi, e questo è il motivo per cui il racconto dell’episodio viene inserito nella lettera, opponendosi a Paolo i falsi maestri si stanno opponendo all’elezione di Dio e a un pari di quegli stessi apostoli di cui in qualche modo reclamano l’autorità.

Il gesto della stretta di mano serve anche a riconoscere ufficialmente e simbolicamente quanto si è appena discusso: vi è un diverso “focus” nella missione dei vari apostoli, il che implica anche diverse enfasi, diverse strategie. Ciò, come viene riconosciuto dai convenuti a Gerusalemme, non mette di per sé in discussione la comunione esistente all’interno della Chiesa: semplicemente, il Vangelo è uno, vi sarà chi lo porterà ai gentili e chi lo porterà agli ebrei. Peraltro, a riprova che non si tratta di una divisione netta all’interno della comunità dei credenti ma una semplice divisione del lavoro, va notato come queste enfasi siano prevalenti, non esclusive: i primi gentili furono evangelizzati proprio da Pietro (Cornelio e la sua famiglia, come viene raccontato in Atti 10 – e si guardi anche a quelli che sembrano essere i destinatari di 1 Pietro), mentre Paolo, dal canto suo, in ogni città in cui metteva piede si dirigeva innanzitutto alla sinagoga locale.

La posizione adottata dalla Chiesa convenuta a Gerusalemme di cui Paolo ci parla in Galati 2 riflette certamente un dibattito sorto all’epoca, ma rintracciamo lo stesso tipo di situazione nella chiesa di tutti i tempi. In altre parole, il Vangelo è uno e ciò non è mai cambiato né cambierà mai, ma è altrettanto vero che esso parla in modi diversi a persone diverse, a gruppi diversi, in diversi tempi e in diversi spazi. Il Vangelo di Cristo è la buona notizia della sua morte per il perdono dei nostri peccati e per la nostra libertà dalle forze di questo mondo, affinché noi potessimo essere rigenerati a nuova vita ed entrare nel Regno di Dio. In tal senso esso è unico e invariabile. Ma in che modo questo perdono venga applicato, in che modo questa libertà venga celebrata, che forma prenda questa vita rinnovata, ciò dipenderà di volta in volta dalle persone e dal contesto in cui la Buona Notizia viene proclamata in modo efficace. Questo inevitabilmente farà sì che diverse enfasi vengano presentate ogni volta che il Vangelo è predicato, che diversi suoi elementi siano messi di volta in volta in primo piano, che differenti implicazioni siano più o meno rilevanti a seconda dei casi. Con un pubblico di gentili, Paolo avrebbe insistito sul fatto che essi, per la grazia di Dio, non erano costretti a sottoporsi al giogo della circoncisione. Con un pubblico di ebrei, Pietro e Giacomo avrebbero insistito sul fatto che, per la grazia del Vangelo, pur essendo liberi di continuare a praticare la Legge, dovevano mettere a fuoco come il suo significato nella loro vita fosse radicalmente cambiato.

Al contempo però come emerge da questo testo vi sono dei tratti distintivi della proclamazione cristiana che devono rimanere presenti in ogni espressione della vita della Chiesa. Un esempio di ciò è la cura per gli ultimi (i “poveri”) che qui, in ordine con Atti 15, viene presentata di fatto come un’amplificazione del Vangelo, ossia come una conseguenza necessaria di quella che è l’essenza del messaggio cristiano. Per noi questo significa che nessuna enfasi può prendere il sopravvento o diventare la scusa per escludere dalla nostra attenzione e pratica certi elementi che sono fondamentali e irrinunciabili, quale che sia il nostro modo di essere discepoli di Cristo.

Conclusione:

In definitiva, questo testo ci mostra come la Bibbia vede la diversità tra le chiese e la loro separazione da un punto di vista organizzativo: non necessariamente come uno scisma, bensì come qualcosa che può avvenire e svilupparsi nell’ambito di una più ampia comunione, come una diversità organica all’interno del singolo corpo di Cristo. In altre parole, la Chiesa che è una nella sua sostanza è multiforme nelle sue operazioni e nel modo di presentarsi, e tale multiformità è esistente anche in virtù del fatto che la essa deve portare il Vangelo a un mondo che è anch’esso vario nei suoi modi di essere. A tal proposito, è vero che “la diversità è la forza”, ma ciò solo perché si è diversi nell’unione in unico Vangelo, e allora, avendo un fondo comune, la nostra diversità ci rende meglio equipaggiati per raggiungere coloro che ancora non hanno ascoltato la Buona Notizia.

Ovviamente, può esserci un punto oltre il quale le particolarità di una certa tradizione cristiana compromettono la semplicità del Vangelo e dunque la sua proclamazione. Quando ciò avviene la Chiesa è chiamata a riformarsi ed è dunque fondamentale utilizzare il discernimento sia nei nostri confronti che in quelli altrui. È anche evidente a tale proposito che non è sufficiente dire di far parte della medesima organizzazione per poter affermare automaticamente che si è in comunione rispetto alla fede e al Vangelo: Paolo e i “falsi fratelli” con i quali è in polemica nella Lettera ai Galati facevano parte della stessa chiesa, ma predicavano due vangeli radicalmente diversi. Il fatto invece che egli potesse dire che vi fosse un reciproco sentimento di reale unità tra lui e gli altri apostoli dipendeva dal fatto che essi avevano concretamente sperimentato la grazia di Dio all’opera in tutti loro, rigenerando le loro vite e spingendoli alla proclamazione dell’unico vero Vangelo.