1 Poi, trascorsi quattordici anni, salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, prendendo con me anche Tito. 2 Vi salii in seguito a una rivelazione, ed esposi loro il vangelo che annuncio fra gli stranieri; ma lo esposi privatamente a quelli che sono i più stimati, per il timore di correre o di aver corso invano. 3 Ma neppure Tito, che era con me, ed era greco, fu costretto a farsi circoncidere. 4 Anzi, proprio a causa di intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi, 5 noi non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, affinché la verità del vangelo rimanesse salda tra di voi.
Tema: che cosa significa essere liberi in Gesù?
Domanda preliminare: cosa significa per noi essere liberi?
A partire da questi versetti, viene per la prima volta affrontato in modo esplicito il problema principale della lettera: il rapporto tra Vangelo e la prassi della Legge mosaica (in particolare la circoncisione), nonché il modo in cui questo rapporto si riflette su un’altra delle grandi questioni che vengono trattate in Galati – la libertà del cristiano. Come sfondo a tale problematica vi è la spesso difficile convivenza nella prima comunità dei credenti, di due grandi gruppi: i credenti provenienti dal popolo ebraico, e quelli invece di origine gentile (ossia, in buona sostanza, provenienti da qualunque altro popolo). Le tensioni generatesi tra questi gruppi sono una tematica che spesso ritorna nelle lettere paoline, oltre che negli Atti degli Apostoli. Il problema di fondo dietro queste dinamiche era quello del rapporto tra il Vangelo e la Legge mosaica. Qual era infatti la relazione esistente tra la novità rappresentata da Gesù e il Vecchio Patto (il cui cuore ruota intorno all’incontro d’Israele con YHWH sul Sinai) con le sue usanze? Che cosa se ne doveva fare di quest’ultime? Mantenerle intatte? Modificarle? Abolirle del tutto? E, soprattutto – ed è questo il tema che Paolo affronta in Galati 2 – andavano comandate a coloro che, essendo gentili, non le avevano mai finora dovute praticare? L’Apostolo fu un grande mediatore, forse il principale, nel dirimere questa controversia, potenzialmente letale per la prima comunità, che contrappose gli ebrei che avevano riconosciuto in Gesù il Messia delle profezie e coloro che, utilizzando le parole di Matthew Henry, avevano accolto il Vangelo come il “perfezionamento della religione naturale”.
Rispetto al modo specifico in cui il problema viene discusso in Galati 2:1-5, cogliamo che lo scoppio della controversia fu dovuto almeno in parte a degli individui, descritti da Paolo come falsi fratelli. Costoro, probabilmente durante la visita di Paolo a Gerusalemme (c’è chi ritiene che il v. 4 faccia riferimento a un episodio successivo rispetto a quanto narrato in vv. 1-2), che dovrebbe equivalere a quella descritta da Luca in Atti 11 o in Atti 15 (gli studiosi non sono concordi neanche su questo punto), tentarono d’imporre che i gentili evangelizzati si circoncidessero e quindi adottassero le pratiche prescritte dalla Legge. Se l’episodio qui raccontato fosse il medesimo che troviamo in Atti 15, allora il tema della visita a Gerusalemme di Paolo sarebbe stato proprio quello di stabilire se convenisse o meno che si chiedesse ai convertiti tra i gentili di adottare per intero le pratiche comandate dalla Legge mosaica. Sia come sia, come traspare e qui e negli Atti, Paolo riteneva che una tale imposizione avrebbe drasticamente compromesso la trasmissione del Vangelo e la libertà che i credenti hanno in Cristo. Inoltre, come emerge dal racconto di Luca (cfr. la conversione di Cornelio e della sua famiglia in Atti 10), lo Spirito Santo era sceso sui gentili convertiti che avevano risposto con fede alla predicazione di Cristo – senza che essi fossero stati prima circoncisi. Questo doveva dimostrare per Paolo che tale rito non fosse più essenziale ed è probabile che la presenza di Tito a Gerusalemme servisse proprio come un “test case” di quello che egli sosteneva: costui, uno dei suoi aiutanti, era un gentile e, pur non avendo mai praticato la legge, mostrava i marchi della conversione e si era impegnato nel trasmettere il Vangelo a fianco di Paolo.
Ora, sia che nei versetti qui presi in considerazione Paolo stia ricordando quanto avvenne in Atti 15, o che stia invece facendo riferimento a qualcosa avvenuto durante la sua precedente visita ricordata in Atti 11, il punto essenziale da lui rimarcato è lo stesso: il Vangelo di Paolo è lo stesso insegnato da Pietro e dagli altri apostoli. Egli non ha appreso nulla di essenziale da loro (come ha già avuto modo di puntualizzare), e allo stesso modo non ha nemmeno aggiunto o sottratto qualcosa di essenziale a quanto essi insegnano. Ancora, sebbene non sia un loro discepolo, vale anche che per lui è cruciale che la sua attività di apostolo venga svolta in comunione con i fratelli. La sua insistenza sul fatto che i gentili non debbano sottomettersi alla Legge è né più né meno di quanto si insegnava nelle altre chiese, a Gerusalemme e altrove. Eppure, come si è detto dei falsi fratelli insistettero perché la circoncisione venisse comandata anche ai gentili. Da come diverrà evidente procedendo nella lettera, i maestri che si sono palesati in Galazia e contro cui Paolo scrive sono proprio esponenti di questo gruppo. Per questo motivo, l’Apostolo è costretto a soffermarsi su quest’episodio, allo scopo di controbattere all’influenza che questi personaggi esercitano sulle chiese della Galazia.
Alla fine, come sappiamo, la Chiesa riunita optò per la linea promossa da Paolo, decretando che la circoncisione non venisse imposta ai gentili convertiti al Messia. Da Atti 15 impariamo però che la circoncisione non venne abbandonata tout court, bensì si decise di non richiederla obbligatoriamente ai gentili, lasciando che credenti e comunità di origini ebraiche continuassero a praticarla. Paolo non si oppose a questa risoluzione, anzi, tutt’altro, ne fu uno dei sostenitori. Dunque, da ciò intuiamo che per lui quello che faceva problema non era la circoncisione in quanto tale, bensì che essa venisse imposta ai gentili di Galazia e altrove.
Ciò è anche confermato dal fatto che le Scritture ci dicono come Paolo avesse fatto circoncidere un suo collaboratore, Timoteo, prima d’inviarlo a servire tra credenti di origine ebraica (Atti 16:3) – ciò per evitare che essi si scandalizzassero. Si può quindi dire che per l’Apostolo la circoncisione rimanesse un fatto opzionale, dipendente da che favorisse o meno l’edificazione del prossimo – si può anche dire: l’amore per il prossimo è il criterio in ciò che è opzionale. In questo caso, insistere affinché i credenti gentili diventassero in tutto e per tutto degli ebrei, specie in materie che gli apostoli ritenevano ormai superate dalla venuta del Messia, non è una manifestazione di amore per il prossimo. Nel caso di Timoteo infatti si trattava di circoncidere un ebreo al fine di non incorrere in un litigio evitabile con altri credenti ebrei già circoncisi. In Galazia, invece, si parlava di credenti gentili eventualmente da circoncidere. I falsi maestri quindi non erano colpevoli di imporre ai galati un gesto in sé errato, quanto d’insistere che esso dovesse essere praticato come un elemento essenziale della fede. Di ciò Paolo non vedeva assolutamente la necessità, quanto casomai il pericolo. Infatti, nei termini della Lettera ai Galati imporre la circoncisione ai gentili implicava eliminare quella libertà dal peccato e dal corrente secolo malvagio (sv. 1:1-5) che Cristo ha vinto per noi. Più sinteticamente, circonciderli avrebbe compromesso la loro libertà in Cristo, donatagli da Cristo. Li avrebbe in altri termini tagliati fuori dalla radice del loro nutrimento spirituale. Oltre a ciò avrebbe potenzialmente creato una frattura tra i credenti gentili e quelli di origine ebraica.
Ma perché Paolo vedeva questo pericolo? Che cosa significa dunque essere liberi in Cristo e perché ciò sarebbe stato messo in pericolo se i gentili fossero stati costretti a circoncidersi? Questo è un tema centrale della lettera che viene esplorato in più fasi e che addirittura prende la forma di un sommario di quello che Paolo sta cercando di trasmettere ai galati. Il Vangelo è libertà, il Vangelo di Cristo è la libertà in Cristo. Ma che cosa possiamo cogliere in particolare da questi versetti? Per capirlo bisogna puntualizzare, che dietro la circoncisione vi è un intero universo, ossia quello della Legge mosaica e di tutto l’Antico Testamento. Infatti, la circoncisione era (ed è ancora) un gesto inteso dagli ebrei credenti in base al comando di Dio, per il quale essa sarebbe stata il segno della loro appartenenza al patto stretto tra il Creatore e gli israeliti. Quindi, insistere sulla pratica della circoncisione come elemento essenziale della fede significava insistere sul fatto che praticare in modo invariato rispetto al passato la Legge Mosaica fosse essenziale per essere dei cristiani. Di converso, comprendiamo che essere liberi in Cristo significa essere in qualche modo liberi dalla Legge mosaica e dai suoi obblighi, sebbene come Paolo discuterà più oltre e come abbiamo già puntualizzato, questo non significa assolutamente che per altri versi la Legge non abbia più alcun valore per i cristiani. Ripetiamolo ancora: qui si tratta nello specifico di una libertà dalla circoncisione e con essa dagli obblighi rituali della Legge.
Il problema rispetto a ciò sta nel fatto che, come la Scrittura afferma in modo abbondante e come lo stesso Paolo discuterà più avanti in Galati, la legge mosaica aveva principalmente la funzione di preparare gli israeliti all’arrivo del Messia. Essa addirittura, attraverso alcuni riti, la prefigurava. Ma ora il Messia è venuto e ha compiuto la sua opera – questa è la Buona Notizia – e pertanto questi aspetti della Legge sono stati aboliti (questo è ben rappresentato dallo squarcio del velo del Tempio, avvenuta alla morte di Cristo e descritta in Matteo 27:51). Se noi continuassimo a vivere allo stesso modo, sarebbe come se rifiutassimo la realtà di questo evento. Allora non sarebbe vero che il nostro stato, venuti dopo Cristo, è meglio di quello dei nostri antenati nella fede, che sono vissuti prima di Lui. Quindi, parte della Legge, in particolare la sua porzione “cerimoniale”, è stata abolita, non rispetto al suo contenuto, quanto all’obbligo di metterla in pratica. In ciò, tale sezione della Torah si distingue dal quella “morale” e da quella “civile” le quali rimangono, ciascuna a modo loro, in forza. Essa, pur mantenendo una funzione didattica (è utile per la nostra edificazione spirituale studiare ogni aspetto della Parola, incluse quelle parti della Torah che sono state abolite da Cristo), non necessita più di essere messa in opera.
Cominciamo quindi a comprendere in cosa consiste l’“altro Vangelo” adombrato e rifiutato da Paolo all’inizio di Galati: esso è il Vangelo di Cristo con aggiunta una pratica della Legge mosaica invariata dall’arrivo del Salvatore. Il punto è che un Vangelo di Cristo con questa aggiunta non è più il Vangelo di Cristo. A tal proposito aggiungere all’essenziale di qualcosa un elemento che si suppone esserlo altrettanto (ma che non lo è) è tanto grave quanto sottrarre a quanto è essenziale qualcosa che si pensa che non lo sia ma che invece lo è. Da ciò capiamo perché Paolo parla dei suoi avversari descrivendoli come “falsi fratelli”: sebbene nelle parole di costoro ci fossero elementi del Vangelo – anzi, in un certo senso tutto il Vangelo era presente nel loro messaggio, ma non solo il Vangelo era il centro di esso – Paolo non è disposto a riconoscerli come cristiani e quindi fratelli (un esempio contemporaneo di qualcuno che occupa una posizione analoga è quello dei mormoni). I falsi maestri quindi non avevano messo da parte il Vangelo, quanto ne avevano mescolato l’essenza con delle loro supposizioni, discostandosi così, come dice Calvino parafrasando 2 Corinzi 11:3 dalla “semplicità che è in Cristo”.
Conclusione
Da tutto ciò possiamo determinare che la Buona Notizia con l’aggiunta di un’obbedienza invariata alla Legge mosaica – o di qualunque altra cosa – non è più la Buona Notizia pura e semplice. Tale Vangelo adulterato non presenta più in modo puro la propria verità e diventa quindi incapace di unire le persone a Cristo e di mantenerle in tale condizione. Cristo dà il perdono, la libertà, la vita; Cristo mescolato ad altro non dà alcuna di queste cose. Anzi, una presentazione di questo falso Vangelo rischia di privarci di questi doni se già gli abbiamo ricevuti, o quantomeno d’impedire che essi diano forma alla nostra vita.