Nessun altro Vangelo (Galati 1:1-10)

Seguendo lo schema generale con cui venivano scritte le lettere nel mondo greco-romano (introduzione, corpo, chiusura), Galati 1:1-10 può essere identificato come l’introduzione all’epistola. Questo segmento si divide in due parti: i saluti (vv. 1-5) e l’identificazione dell’occasione della lettera (vv. 6-10). Rispetto agli elementi che tipicamente troviamo negli esordi delle lettere paoline (l’identificazione del mittente, del ricevente e un saluto che augura “grazia e pace), balza all’occhio come manchi un ringraziamento rivolto a Dio per le chiese della Galazia. Ciò dipende sia dalla gravità della situazione a cui l’epistola si rivolge, sia al fatto che per questa Paolo è al momento poco incline a ringraziare Dio per i galati. Di fatto, come si vedrà più sotto, questi primi versetti riassumono l’intero contenuto dell’epistola, presentando l’essenza di ciò che l’Apostolo vuole difendere: il Vangelo.


1:1 Paolo, apostolo non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, 2 e tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia; 3 grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo, 4 che ha dato sé stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre, 5 al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
6 Mi meraviglio che così presto voi passiate da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo a un altro vangelo; 7 ché poi non c’è un altro vangelo, però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo.
8 Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema. 9 Come abbiamo già detto, lo ripeto di nuovo anche adesso: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema.
10 Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo.

Tema: cos’è il Vangelo e perché ve n’è soltanto uno;

Domanda preliminare: cos’è il Vangelo? (PS: non è il comandamento dell’amore!)

L’Apostolo Paolo apre la sua Lettera ai Galati avvertendo i suoi lettori a rifuggire ogni Vangelo che non sia quello che essi hanno già ricevuto da lui stesso. Per Paolo, si tratta di una questione d’importanza cruciale: pur di evitare che essi perdano di vista il messaggio che ha loro trasmesso, è disposto a crearsi dei nemici (“il favore degli uomini”, v. 10).  Insomma, la questione in ballo si tratta di qualcosa per la quale Paolo è disposto a combattere, costi quel che costi – questa è la sua “hill to die on” – anche perché in ciò consiste almeno in parte il suo essere servo di Cristo (v. 10). Il “così presto” del v. 6 probabilmente riecheggia Esodo 32:8 e la rapidità con cui gli israeliti si voltarono dall’adorazione del vero Dio a quella di un idolo da loro costruito. Se così fosse, il paragone servirebbe a rendere chiara la criticità della situazione: quello che i galati stanno commettendo è un gravissimo gesto di ribellione e ripudio nei confronti di chi li ha liberati e benedetti, per rimettersi sotto il giogo della schiavitù e della morte.

Attenzione però: il Vangelo di Paolo per i Galati non è il Vangelo di proprietà di Paolo o il Vangelo inventato da Paolo. Esso è il Vangelo di Cristo (v.7) che tramite Paolo è stato portato ai galati. L’Apostolo quindi è semplicemente un postino: egli non scrive la lettera che consegna – la consegna e basta. Vi sono però delle persone che hanno scritto delle lettere e le hanno consegnate ai galati come se queste fossero un altro Vangelo. Ma siccome di Vangelo ve n’è uno solo ed è quello di Cristo e di nessun altro, allora queste altre lettere sono delle truffe che vanno presentate per quello che sono, confutandole e combattendole. Chi afferma questi diversi Vangeli, se non desiste, dev’essere “anatema” (v. 9), come afferma lo stesso Paolo, – utilizzando un termine che implica soffrire gli effetti dell’ira di Dio – ovvero, in un italiano più comune “dev’essere cacciato”, “allontanato”, “maledetto”.

Quale sia il contenuto del falso Vangelo che minaccia le chiese della Galazia, emergerà con il tempo nel corso della lettera. In primo luogo però è necessario comprendere quale sia il Vangelo che Paolo predicava. Com’è noto, Vangelo è il calco della parola greca εὐαγγέλιον, che in realtà andrebbe tradotta in italiano con l’espressione “Buona Notizia”. Questo linguaggio è radicato nell’Antico Testamento e in particolare nel libro del profeta Isaia, che parla di un giorno in cui Dio proclamerà “buone notizie” al suo popolo (si veda ad esempio Isaia 40:9). Ciò detto, comprendiamo che quando Paolo afferma che vi è un solo Vangelo e che non ve n’è altro alcuno, e che questo è il Vangelo di Cristo, sta affermando che vi è una sola Buona Notizia, che non ve n’è altra alcuna e che questa è la Buona Notizia di Cristo. Attenzione: linguisticamente quest’affermazione si può leggere e va compresa in due modi – 1) è la Buona Notizia di Cristo nel senso che è una Notizia su Cristo; 2) è la Buona Notizia di Cristo nel senso che in origine ci è data da Cristo. Per questo motivo dovrebbe essere chiaro come mai Paolo lo chiama il Vangelo di Cristo e non il Vangelo di Paolo e perché rinneghi a priori che ce ne possa essere uno diverso: la Buona Notizia è quella che è sia perché riguarda Cristo e qualcosa che ha a che fare direttamente con Lui, sia perché, sebbene Paolo e altri l’abbiano riportata agli uomini, in origine è lo stesso Cristo ad averla comunicata. Molte sono le notizie che si possono dare, molte sono le buone notizie che si possono dare, ma solo una è la Buona Notizia di Cristo. Ogni altra Buona Notizia che pretenda di essere “la” Buona Notizia, non è quella su Cristo e da Cristo.

Quale sia la Buona Notizia di Cristo, questo ci viene detto da Paolo già nei primi versetti della lettera. Ci viene infatti immediatamente comunicata la buona notizia che “Dio Padre [ha risuscitato Gesù] dai morti” (v. 1), che Gesù “ha dato sé stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre” (v. 4). Quindi, il Vangelo di Cristo è, nella sua essenza, che Gesù ha dato sé stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio. Inoltre, egli è risuscitato dai morti. Da Lui, da questo Gesù che ha fatto queste cose e dal Padre Suo e Nostro che lo ha resuscitato, ci dice Paolo, ci vengono Pace e Grazia.

Si noti a questo punto che Paolo differenzia Gesù dal Padre, chiamando Dio il secondo, ma che non per questo nega la divinità di Cristo. Nella tradizione ebraica e biblica, solo Dio può dare Pace e Grazia: quindi, affermando che Gesù è la sorgente in comune con Dio Padre nel distribuirle, l’Apostolo ne sta confessando la divinità. Il Padre è la fonte della grazia e della pace, Gesù il canale o mediatore per il quale esse giungono a noi. Inoltre, egli è la ragione di questa grazia e pace, per via del suo sacrificio. Per questo si può dire che insieme al Padre egli ne sia l’autore. Dunque, in questo loro operare come in ogni altro Padre e Figlio sono inseparabili. In tal modo Paolo ci ricorda anche che per conoscere Dio è sempre necessario guardare a Gesù: in Lui il Padre diventa visibile e ci salva dal dover fare delle speculazioni su quella che sia la natura di Dio.

Questi due termini, Pace e Grazia, che per Lutero “costituiscono la cristianità” (si noti a questo proposito che in Romani 5:2 “grazia” è utilizzato da Paolo per riassumere tutto il messaggio cristiano), equivalgono all’annuncio che ai cristiani spetta il perdono delle loro mancanze (la Grazia) e la pace della loro coscienza (la Pace). Va notato come in ebraico, Shalom (Pace) include sicuramente quanto indicato da Lutero ma oltre a ciò (come del resto Lutero ben sapeva) indica una condizione di pienezza di vita che può essere raggiunta solo tramite l’azione trasformatrice di Dio. Shalom non è soltanto la pace come assenza del tormento generato dal pensiero delle nostre colpe: è il pieno sviluppo dell’umanità di ciascuno di noi, libero di sofferenze, incertezze e contraddizioni; è la piena fioritura dell’essere umano; tra le possibili condizioni di vita è quella oggettivamente migliore. L’Apostolo quindi non augura semplicemente la quiete ai galati, bensì che possano sperimentare la pienezza escatologica dello Shalom divino che include la nostra pace con Dio, con il nostro prossimo e con noi stessi. Tutto ciò si può anche riassumere con le parole di Calvino: “Paolo augura ai galati di essere in una condizione di amicizia con Dio e, insieme a ciò, di ricevere ogni cosa buona”. Pertanto, quando Paolo ci augura la “Pace”, quello che sta facendo è augurarci che Dio ci provveda di tutte le cose le quali Egli sa esserci utili. Tale abbondanza di doni però dev’essere preceduta e contestualizzata all’interno del favore di Dio nei nostri confronti e quindi della sua “grazia”, senza la quale anche le cose migliori finiranno per nuocere a noi e al prossimo, essendo sottomesse a una volontà malvagia, non trasformata dall’opera dello Spirito. Dunque, prima di tutto dovremmo dirigere la nostra attenzione non ai doni ma al donatore, desirando come prima cosa di essere riconciliati con Dio e in secondo luogo di approfondire la nostra comunione con Lui. A tal proposito si può quindi affermare che la grazia stia alla pace come la causa all’effetto, la radice al frutto.

Ecco quindi come mai il Vangelo di Gesù non può avere un equivalente e perché è importante tenere ciò a mente: non può avere un equivalente perché nessun altro ha fatto queste cose – dare sé stesso per i nostri peccati, sottrarci al presente secolo malvagio, risuscitare dei morti – ed è importante tenere ciò a mente perché se non lo facciamo e scambiamo un altro Vangelo per quello di Gesù, perdiamo la sua grazia e la sua pace. Ecco anche perché l’Apostolo Paolo è così zelante nel riprendere i galati che si sono allontanati dalla verità: tanto grandi sono i doni che ci vengono dal vero Vangelo, tanto è grande la miseria che ne risulta se ci allontaniamo da esso.

Avendo colto il perché dell’insistenza di Paolo sull’unicità del Vangelo e in che cosa essa consista, cerchiamo ora di entrare più in profondità nel discorso, analizzando pezzo per pezzo i componenti di questa Buona Notizia:

“Ha dato sé stesso per i nostri peccati” (v. 4): non siamo noi che rimediamo ai nostri peccati, bensì Cristo che dato sé stesso per essi. Nulla in noi ha la forza per risolvere anche un solo peccato; Cristo ha in sé quanto basta e più per risolvere tutti i peccati di tutti. E dunque un primo elemento di questo Vangelo di Cristo è che lui, nella sua perfezione, non è venuto per condannarci ma per ripararci: Egli non è venuto per rinfacciarci le nostre colpe e siglare la nostra condanna. Piuttosto, Egli è venuto a cancellarle, a consolare le nostre anime e a ricostituirci nella nostra integrità. Secondo Calvino, se fossimo in grado di apprezzare correttamente il beneficio che Cristo ci ha fatto, se fossimo sempre in grado di mantenere vivo il ricordo della nostra relazione con Lui come con Colui che ha dato sé stesso per i nostri peccati, ciò sarebbe sufficiente per liberarci da ogni superstizione e credenza erronea. Allo stesso modo, se fossimo capaci di ciò, tale sarebbe la nostra ammirazione di Cristo che il desiderio di contemplare un qualsiasi altro oggetto sparirebbe. Al contrario, ogni volta che dimentichiamo questa verità o abbiamo su Cristo delle opinioni che sono incoerenti con questa sua caratteristica (o altre che l’accompagnano) ci allontaniamo da Lui e il suo sacrificio perde per noi d’efficacia.

“per sottrarci al presente secolo malvagio” (v. 4): Paolo usa quest’espressione per indicare che ogni cosa in quest’epoca del mondo è sottoposta all’influenza del Diavolo, che ne riempie l’aria di ignoranza, disprezzo, odio e disobbedienza verso Dio. Fintanto che ci troviamo al suo interno non possiamo liberarci dal peccato, dato che tutto intorno a noi tende a fomentarlo e a spingerci ad usare le nostre forze per produrre il male. “Secolo” qui indica dunque la condizione di vita dell’uomo separato dal Regno di Dio e dalla grazia di Cristo, ossia, dal favore di Dio e l’ambito in cui essa si esercita (nei testi giovannei e non solo spesso lo stesso concetto è espresso con la parola “Mondo”). Il secolo di cui qui si parla non è quindi la creazione in quanto tale, bensì le influenze distruttive e distorcenti che si trovano al suo interno. Sottratti a esse, continuiamo ad abitare questa creazione, sviluppando però una sempre maggiore partecipazione alla realtà del Regno, che si fa strada a spese del “secolo malvagio”. In ciò vediamo come Paolo elabori una classica visione ebraica della storia cosmica, che si divide in tre grandi sezioni, ciascuna di esse corrispondenti a una certa epoca: creazione, caduta, redenzione. La prima è l’epoca della perfezione originaria, interrotta dal peccato che dà spazio alla seconda, infestata e ottenebrata da potenze spirituali che confondono l’agire umano. La terza è l’epoca della restaurazione di ciò che è stato, della rigenerazione, della sconfitta delle forze del male e del ritorno a Dio. La novità, rispetto al classico schema ebraico, è che per Paolo la terza epoca non è più solo futura bensì ha già avuto inizio, introducendosi tramite Gesù all’interno della seconda epoca, cominciando a farsi strada in essa e iniziando a metterne in discussione le logiche.

La seconda parte del Vangelo di Gesù è quindi l’annuncio che non solo egli ha dato sé stesso perché fossimo liberi dei nostri peccati, ma che allo stesso tempo egli ha operato ed opera affinché noi possiamo scampare a quelle forze che altrimenti ci rispingerebbero nella nostra vecchia condizione. Egli quindi ci sottrae al secolo malvagio, in cui l’uomo vive per sé stesso, separato e ribelle contro Dio, per portarci invece nel secolo del Regno di Dio, della grazia e della pace. Ancora, il suo intervento è insieme necessario e sufficiente per, nonché unicamente capace di, salvare dei peccatori perduti dalla morte – ossia da quella che sarebbe la naturale conclusione delle loro azioni.

“[è] risuscitato dai morti” (v. 1): la risurrezione è uno dei temi principali della Lettera ai Galati. Non è un caso, se non altro perché è in virtù di essa che Paolo ha potuto incontrare personalmente e fisicamente Gesù. Tramite di essa Gesù ha sconfitto quelli che Lutero chiama i “molti tiranni”: la “legge, il peccato, la carne, il mondo, il diavolo, la morte, l’inferno e ogni sorta di male”. La terza parte del Vangelo di Gesù è quindi l’annuncio che egli ci dona questa vittoria attraverso la nostra comunione spirituale con Lui, di cui la fede è il canale efficace. Oltre a ciò, menzionando la risurrezione, Paolo sottolinea come la venuta di Cristo abbia finito per preannunciare la definitiva istituzione del Regno di Dio, la quale include la resurrezione dei morti. Questa per l’appunto ha avuto inizio con il ritorno dai morti di Gesù.

“secondo la volontà del nostro Dio e Padre” (v. 4): tale affermazione, che echeggia Isaia 53, non si applica solo al resto del v. 4 ma anche all’annuncio della risurrezione di Cristo nel v. 1. Gli effetti della venuta di Cristo avvengono per la volontà “del nostro Dio e Padre” e per nient’altro. Dunque, essi avvengono puramente per la spontanea e gratuita decisione del Padre che ha inviato il Figlio nel mondo. Tanto è stato l’amore di Dio verso di noi che nulla avevamo di amabile, che ha dato suo Figlio perché potessimo vivere. Questo amore è la causa fondamentale della nostra salvezza, della nostra salvezza dal male e dalla contaminazione che ci circondano, causa che opera attraverso il mezzo agente che è Gesù Cristo e che è da noi appropriata attraverso la fede. Come vedremo, il motivo che ha spinto Paolo a scrivere ai galati, è stato il fatto che alcuni, introdottisi nelle chiese di questa regione, insistevano nell’affermare che accanto all’opera di Dio in Cristo e alla nostra fede in essa andasse aggiunto dell’altro per ricevere tale salvezza. Va tenuto conto che, essendo Padre e Figlio inscindibili nel loro agire, il fatto che si parli della volontà del primo non implica che essa non fosse in armonia con quella del secondo. Il Figlio è stato in pieno accordo con il Padre nel desiderio di venire nel mondo per salvarci.

Conclusione

In conclusione, quindi, il Vangelo di Gesù Cristo consiste nel dono della sua vita per noi, affinché ricevessimo grazia da Dio venendo perdonati per i nostri peccati e sfuggissimo al mondo e nella sua esistenza rinnovata nella risurrezione, che diventa per noi la chiave dello shalom di Dio. Non vi sono sostituti o equivalenti di questa Buona Notizia e dovremmo premurarci di non confonderla con alcun tipo di impostura.