Le Promesse di Dio sono Irrevocabili

Romani 11:25-31

25 Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d’Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; 26 e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto: «Il liberatore verrà da Sion. 27 Egli allontanerà da Giacobbe l’empietà; e questo sarà il mio patto con loro, quando toglierò via i loro peccati».
28 Per quanto concerne il Vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l’elezione, sono amati a causa dei loro padri, 29 perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili. 30 Come in passato voi siete stati disubbidienti a Dio, e ora avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, 31 così anch’essi sono stati ora disubbidienti, affinché, per la misericordia a voi usata, ottengano anch’essi misericordia.

Il Padre ha rinnegato i suoi figli?

La Lettera ai Romani si rivolge a una chiesa mista ossia composta da credenti sia di origine ebraica che di origine gentile (ossia, provenienti dalle “genti” e quindi non-ebrei). Una buona parte del suo testo è quindi dedicato a chiarire il rapporto e/o a risolvere i problemi esistenti tra queste due componenti.

Nello specifico, il capitolo 11 è dedicato al rispondere a una domanda: il fatto che la maggior parte degli ebrei non abbia riconosciuto Gesù di Nazareth come il Salvatore promesso sin dai tempi antichi, implica che Dio abbia respinto il proprio popolo? La risposta di Paolo, che si evince dai primi 24 versetti (in particolare da 1 a 10) è molto chiara: no, Dio non ha respinto il popolo ebraico e non ha rigettato i patti e l’alleanza che aveva stretto con loro. Il popolo ebraico è e rimane il popolo eletto. D’altronde, una piccola parte del popolo, la quale include lo stesso Paolo, ha riconosciuto Gesù come proprio Signore.

Da questa affermazione, Paolo trae la seguente conseguenza: i gentili che hanno creduto in Gesù come Signore e Salvatore non lo hanno fatto a scapito degli ebrei e della loro elezione, bensì grazie e per tramite di questa. In altri termini, non è che Dio abbia rinnegato le sue precedenti scelte, eliminando la vecchia alleanza per farne una nuova con chiunque abbia fede in suo Figlio. Piuttosto, Dio ha confermato e sviluppato la sua precedente scelta, utilizzandola e mantenendola come base per una nuova alleanza, che ora include non soltanto il popolo eletto ma anche chi decida di unirsi ad esso attraverso il gesto di venire a Gesù. Quindi, la scelta di Dio non è quella di negare, demolire, fare piazza pulita dei detriti e poi costruire un nuovo edifico. Al contrario, è quella di aggiungere, di includere la vecchia struttura dentro una nuova.

Fuor di metafora, quello che Paolo sta affermando nella prima parte del capitolo 11 di Romani è che per tramite dei pochi ebrei che hanno riconosciuto in Gesù il Messia e della loro predicazione, i gentili sono potuti entrare in alleanza con Dio. Essi sono entrati a far parte del Nuovo Patto con l’umanità che Egli ha stabilito tramite suo Figlio e che include ed estende il Vecchio Patto fatto con i patriarchi, i profeti e i re d’Israele. I gentili quindi faranno bene a ricordarsi, dice Paolo (versetti da 11 a 24), che se fanno parte del popolo eletto è solo perché come dei rami provenienti da un olivo selvatico sono stati innestati sul tronco di un olivo domesticato, della cui radice e linfa sono ora diventati partecipi. Senza questa base che faccia continuamente da tramite tra loro e il Signore, non vi sarebbe stata possibilità e non vi sarebbe possibilità oggi per i gentili di essere in alleanza con Lui. Il cristianesimo quindi non ha solo un’eredità comune con il giudaismo: piuttosto entrambi sono sviluppi della religione dell’Antico Israele e un’eredità e una prosecuzione dell’eredità del popolo ebraico. Nello specifico, il movimento cristiano è un frutto di questa storia per tramite innanzitutto dell’ebreo Gesù e poi dei suoi discepoli originari, tutti israeliti. Costoro si prodigarono infatti per diffondere tra i gentili la Buona Notizia che Yeshua, figlio di Maria e Figlio di Dio, è il salvatore del mondo, colui che era stato promesso. Che per il suo sacrificio abbiamo il perdono delle nostre colpe e che tutti ora sono chiamati tramite la fiducia in Lui a unirsi al suo popolo e a Dio Padre, per ricevere in modo effettivo la nostra giustificazione e con essa il dono della vita eterna. Il successo di questa missione, condotta dalla mano di Dio e benedetta dalla presenza del suo Spirito, arriva fino a noi. Essa è una testimonianza dell’incrollabile fedeltà del Signore alle sue promesse e al suo desiderio inalterato di impegnarsi nell’alleanza da lui stabilita con il suo popolo.

Un mistero da non ignorare:

Arrivati a questo punto, Paolo affronta un elemento rimasto in sospeso dal suo ragionamento precedente. Se è vero che il popolo israelitico non è stato respinto da Dio, tant’è che alcuni dei suoi membri hanno accettato Gesù come Signore e in ciò hanno “portato” su di sé i gentili, cosa dire della larga maggioranza del popolo, che invece ha respinto il Messia?

A questo proposito, Paolo parla di rami dell’olivo domestico che sono stati troncati per la loro incredulità – mentre per la loro fede, i rami dell’olivo selvatico sono stati innestati. Eppure, aggiunge: “se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Dio ha la potenza di innestarli di nuovo” (v. 23). Dunque, avverte l’Apostolo, anche la parte del popolo che ha respinto il Messia non è per questo caduta all’infuori del raggio dell’amore di Dio. Questo vale non solo in modo generico, ossia nel per così dire semplice senso per il quale Dio ama tutte le sue creature e che non vi è motivo di credere che Egli abbia cessato di amare quegli israeliti che hanno respinto Gesù. Oltre a ciò, vi è il messaggio già espresso da Paolo all’inizio del capitolo (v. 1) e qui reiterato ai vv. 28 e 29:

“Per quanto concerne il Vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l’elezione, sono amati a causa dei loro padri, perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili”.

Dunque, oltre all’amore comune che Dio riserva a ciascuna delle sue creature, persiste per questi israeliti anche l’amore speciale che Egli riserva a coloro che sono entrati con lui nell’alleanza stipulata in primo luogo con i patriarchi a partire da Abramo. Ancora una volta, ciò significa che l’elezione del popolo d’Israele persiste anche in riferimento a coloro che hanno scelto di camminare fuori dalla strada che Dio ha tracciato in Gesù, in quanto totale inveramento e prosecuzione dell’Antica Alleanza all’interno di una nuova, più ampia e migliore versione di essa. Il punto però è che tale persistenza dell’elezione non è fine a sé stessa, bensì esiste per uno scopo. E tale scopo, è che infine la totalità d’Israele possa giungere alla fede in Cristo.

A tal proposito, dice Paolo, vi è un mistero da chiarire: esso riguarda il perché del persistente rifiuto da parte della larga parte del popolo ebraico di riconoscere Gesù come il Salvatore e del perché Dio nella sua imperscrutabile saggezza permetta che ciò accada. Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, solleva per i cristiani di Roma un lembo del velo su ciò che vi è nella mente di Dio. Negli israeliti che hanno respinto Gesù si è prodotto un “indurimento”, termine che la Scrittura utilizza per indicare la condizione di un cuore che s’irrigidisce facendosi impenetrabile al messaggio dell’amore divino.

Aggiunge Paolo: quando la totalità degli stranieri sarà entrata nel patto – che con ciò non s’intende che tutti gli stranieri vi entreranno, bensì s’intende la totalità di quegli stranieri che è stata eletta da Dio per entrare nel patto – allora questo indurimento cesserà. A quel punto, tutto Israele sarà salvato: tutti quegli ebrei che attendono con fede sincera la venuta del Messia cesseranno di avere un cuore duro all’Evangelo: essi accoglieranno infine Gesù come loro Signore e a quel punto il cerchio sarà chiuso. Non è necessario ritenere che ciò debba avvenire tutto d’un tratto, bensì è possibile che qui Paolo stia descrivendo un processo progressivo, per cui a mano a mano che le nazioni ricevono il Vangelo così anche il popolo ebraico aprirà ad esso il suo cuore. Sia come sia, Dio conosce i suoi tempi. Il punto centrale rimane inalterato:  come grazie ai rami dell’olivo domestico che hanno accolto Gesù i rami dell’olivo selvatico sono stati innestati sul tronco d’Israele, così grazie a questi rami innestati i rami dell’olivo domestico che erano stati recisi saranno reintegrati nella loro pianta d’origine.

Non siate presuntuosi:

Le ammonizioni dell’Apostolo ai cristiani di Roma devono condurci innanzitutto a considerare il dono che ci è stato fatto. Se siamo stati inclusi nel patto con Dio è perché egli ha voluto farci una doppia grazia: prima ha scelto, senza che nulla lo obbligasse a farlo, di entrare in un’alleanza con Abramo e i suoi discendenti. Poi ha deciso, tramite suo Figlio, di formulare una seconda alleanza che si ergesse sulle fondamenta della prima e che includesse chiunque avesse fede in Lui. Noi facciamo parte di questa seconda alleanza e siamo repositori delle sue promesse e pertanto chiamati a vivere secondo le parole e le azioni di colui che ne è l’autore e il protagonista – Gesù di Nazareth. Non scambiamo mai questo come un nostro possesso di nascita o intrinseco alla nostra natura: esso è un dono, fattoci in virtù dell’abbondanza della carità divina. Non dobbiamo quindi peccare per presunzione e in particolare non dovremmo farlo nei confronti di coloro il quale popolo fu utilizzato da Dio per introdurci nella nuova alleanza. In generale, questo ci dice che quale che sia la verità, la benedizione, la luce che percepiamo di aver ricevuto in quanto cristiani, il punto su cui l’Apostolo insiste è proprio questo: lo abbiamo ricevuto, non è un nostro costrutto e non è un nostro possesso naturale. Non sono cose che abbiamo creato per noi, non sono cose con cui siamo nati. Sono cose che ci sono state rivelate e donate.

Il secondo punto su cui dobbiamo meditare, è che questo passo ci mostra come Dio non lavori soltanto con gli individui bensì anche con le nazioni. Sebbene quanto ci è stato donato lo abbiamo ricevuto personalmente, non lo abbiamo ricevuto individualmente, ossia in quanto semplici individui, separati da qualunque connessione che non fosse quella con Dio che magari ci ha resi destinatari di una rivelazione religiosa personale. Al contrario, abbiamo ricevuto la conoscenza delle cose divine, il perdono dei peccati, il dono della vita eterna in quanto membri di un popolo di cui siamo diventati parte, le cui origini affondano nella storia dell’Antico Israele. Questo ci dice per estensione che la nostra fede non può che avere una dimensione comunitaria e storica: essa è condivisa con altri che stanno compiendo un cammino come il nostro, il quale ha avuto inizio nel passato e avrà fine nel futuro. Non possiamo esserne parte se non come membri di una comunità, eletta da Dio per ricevere i doni da lui trasmessi tramite Suo Figlio. Aggiungiamo quindi a ciò che la storia della fede non è solo una storia d’individui ma anche di popoli, ciascuno dei quali ha la sua vocazione da svolgere all’interno del piano di Dio per riparare il mondo dal danno inflittogli dalla disobbedienza di Adamo ed Eva e trasformarlo di nuovo nell’Eden delle origini. Come il Vangelo e con esso l’appartenenza al popolo eletto è presentato a chiunque ma per l’appunto non a chiunque come mero individuo bensì come parte di una nazione, così non i meri individui ma le nazioni stesse, a mano a mano che parti di esse accolgono l’Evangelo, verranno rinnovate ed elevate nel mentre rispondono alla vocazione che Dio ha loro rivolto. Non dobbiamo quindi mai dimentarci che come cristiani non siamo solo individui chiamati ad esercitare i nostri doni secondo la volontà di Dio ma che è anche nostra responsabilità che le istituzioni politiche, culturali, economiche delle nostre nazioni inclinino in questa direzione. La comunità in cammino dei credenti deve quindi esercitare un’influenza, che attragga verso la sua destinazione il mondo e il tempo che essa si trova ad abitare.

Infine, e ciò ci lega anche all’attualità dei nostri giorni, le parole di Paolo ci dicono che il popolo d’Israele non ha smesso di occupare un certo luogo speciale all’interno del progetto divino. Le promesse fatte ai padri sono irrevocabili e non hanno smesso di essere valide. Certo, dopo Cristo, anche il popolo d’Israele, come ogni altro, riceve la chiamata ad accogliere Gesù come Salvatore e dev’essere la nostra preghiera comune che ciò accada. Dobbiamo pertanto respingere tanto le letture teologiche secondo le quali il Vecchio Israele sarebbe stato semplicemente rimpiazzato dal Nuovo Israele, sia quelle che fanno un’eccezione per i soli ebrei alla chiamata universale alla conversione a Cristo che emerge da ogni pagina del Nuovo Testamento. Anche in assenza di un’accoglienza della Nuova Alleanza, l’Antica Alleanza rimane valida, sebbene sia incompleta e incompiuta nel non aver ancora riconosciuto che la materializzazione delle sue promesse e profezie è avvenuta in Gesù. Però, per l’appunto la validità dell’Antica Alleanza esiste ed è mantenuta perché essa infine conduca al nuovo e più perfetto patto siglato sulla croce di Cristo. Dunque, il ruolo speciale d’Israele è dovuto innanzitutto al suo essere depositario e mantenitore dell’Antico Patto, ma anche al suo ruolo escatologico: la progressiva conversione d’Israele sarà uno dei segni che quest’epoca della storia universale si va a concludere, allorché nel frattempo anche la totalità dei gentili avrà accolto Gesù come suo Signore. Per questo motivo dovremmo gioire dell’esistenza di movimenti quale quello degli ebrei messianici, che annunciano, come un prologo, la futura e completa conversione a Cristo di tutto il popolo. Perciò è per noi un privilegio, quando accade, il fatto di poter condividere la propria fede con un ebreo.

Conclusione:

Alla fine, questi versetti dell’Epistola ai Romani ci rimandano alla storia in cui viviamo e alla continua presenza di Dio in essa. Questo significa, di conseguenza, che la nostra realtà quotidiana è determinata in definitiva non da forze estranee al Creatore, bensì dalla sua volontà, dai patti frutto di questa volontà e dalle benedizioni discendenti da questi patti. In questo possiamo avere fiducia e a ciò possiamo affidarci. Ancora: le parole di Paolo ci dicono che anche i casi della più ostinata resistenza al messaggio cristiano, anche l’indurimento di cuore di coloro che per primi avrebbero dovuto riconoscere e accogliere il Messia, in fondo sono persone e dinamiche che esistono all’interno di un quadro diretto da Lui. Anche tutto ciò, alla fine, andrà alla gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

            Amen.