La Politica di Dio

Geremia 22,1-5: 1 Così parla il SIGNORE: “Scendi nella casa del re di Giuda e là pronuncia questa parola: 2 ‘Ascolta la parola del SIGNORE, o re di Giuda, che siedi sul trono di Davide: tu, i tuoi servitori e il tuo popolo, che entrate per queste porte! 3 Così parla il SIGNORE: “Esercitate il diritto e la giustizia; liberate dalla mano dell’oppressore colui al quale è tolto il suo; non fate torto né violenza allo straniero, all’orfano e alla vedova; non spargete sangue innocente in questo luogo. 4 Infatti, se metterete realmente in pratica questa parola, dei re a cui appartiene il trono di Davide entreranno per le porte di questa casa su carri e su cavalli: entreranno essi, i loro servitori e il loro popolo. 5 Ma se non date ascolto a queste parole, io giuro per me stesso”, dice il SIGNORE, “che questa casa andrà in rovina”’”.

Un profeta alla corte di Giuda: il passo qui citato si colloca all’interno di una raccolta di 3 brevi sermoni rivolti dal profeta Geremia ad altrettanti re, tra la fine e l’inizio del VI secolo AC. L’intera sezione, che copre tutto il capitolo 22 e il principio del 23, consiste in una serie di messaggi rivolti agli ultimi monarchi di Giuda – i tre figli di Giosia e il loro zio Sedechia. Da quello che si legge nel v. 2, sembra che il contesto fisico specifico, perlomeno per quanto riguarda l’inizio del capitolo 22, siano i cancelli della città di Gerusalemme. Nell’Antico Medio-Oriente, infatti, le porte della città usavano funzionare come delle aule di tribunale – il re con i suoi servitori vi si sedeva nelle ore del mattino per ascoltare i casi portati dal popolo alla sua attenzione. In particolare, i versetti 1-5 che troviamo qui sopra sembrano, se li leggiamo assieme a quelli precedenti e a quelli seguenti, essere diretti a re Ioiachim, di fronte al quale Geremia, guidato dallo Spirito Santo, squaderna la via della vita e la via della morte.

In generale, dato il tempo in cui Geremia si trova vivere, ossia durante la fine del Regno d Giuda, mentre si addensa all’orizzonte la minaccia dell’invasione babilonese che ne provocherà la distruzione, la congiuntura in cui vengono pronunciati questi discorsi è critica, segnata da un senso di pericolo incombente e di implosione sociale. In questi tempi duri e disperati Dio si rivolge così al re del popolo eletto tramite la voce del suo profeta. La speranza del Signore è che, di fronte all’avvertimento di Geremia, i re abbandonino il male che stanno compiendo e ricomincino a governare secondo la sua legge.

L’amore di Dio offerto ai re di questo mondo: Ciascuno di noi è chiamato da Dio ad accogliere la sua amorevole, generosa e gratuita offerta di vita e di prosperità; rifiutare tale offerta significa separarsi dal nostro Creatore e cominciare a percorrere la strada della morte. Sebbene l’offerta fattaci dal Padre, grazie alla mediazione del Figlio e per mezzo dell’opera efficace dello Spirito Santo, sia una sola e la medesima, essa prende forme diverse in base alle nostre circostanze personali. Ad esempio, essa sarà declinata sulla base della nostra vocazione, ossia del compito particolare a cui Dio ci ha chiamato. Detto diversamente, noi siamo chiamati a rispondere all’amore di Dio e ad accogliere la sua offerta di vita all’interno della nostra vocazione e pertanto tale offerta sarà in parte plasmata, per noi, sulla base di quella. Dato che qui il profeta si rivolge a un re, è quindi logico che ciò che egli ha da comunicare sia conforme a quelli che sono i compiti del monarca. Pertanto, Dio tramite Geremia chiama re Ioiachim a pentirsi dei suoi peccati, peccati che in parte sono specifici per la sua figura in quanto re, e ad accogliere la guida di Dio, cambiando la sua condotta e ricevendo in tal modo in premio la salvezza della propria vita e la prosperità della sua casa e del suo popolo. Anche questo secondo punto è, ovviamente, declinato sulla base di ciò che un re deve concretamente fare in virtù del suo ruolo.

In definitiva però, il messaggio consegnato da Geremia a Ioiachim va ben al di là di quanto potesse riguardare solamente costui. Questo perché non è Ioiachim l’unico nella storia ad avere ricoperto un ruolo simile, ossia ad essersi trovato alla guida di un popolo – e ciò indipendentemente dal fatto che questo qualcuno venisse chiamato re oppure avesse un titolo differente ma equifunzionale. Ciò che infatti lo Spirito pronuncia attraverso le parole del profeta sono delle indicazioni che si applicano a qualunque persona ricopra un ruolo di autorità politica: Ioiachim è chiamato ad esercitare il diritto e la giustizia e quindi a pentirsi del fatto di non averli praticati, tradendo così la propria funzione, il suo popolo e, soprattutto, il Dio che lo ha posto in tale stazione. Al di là però di quanto concerne direttamente il caso di questo specifico re di Giuda, quanto viene rivelato nelle parole di Geremia è una più generale comprensione di in che cosa consista una buona politica agli occhi di Dio. Questa consiste, come viene affermato nel v. 3, nell’“esercitare il diritto e la giustizia”.

Quest’espressione che in qualche modo indica quale sia il principio fondamentale che ogni leader dovrebbe adottare. Essa fa anche riferimento al ruolo di veri e propri giudici che i re normalmente avevano nell’antico Medio-Oriente. Le due parole ebraiche che vi sottendono, mishpat (diritto) e tsedaqa (giustizia) vengono spesso appaiate nell’Antico Testamento e affondano le proprie radici nella Legge mosaica, spesso presentando dei significati che si sovrappongono tra loro. Il primo si riferisce in modo particolare alla necessità di applicare le norme contenute dalla Legge, mentre la seconda indica un comportamento che si conforma proprio a tali norme. Dunque, compito del re, che in ciò dev’essere d’esempio al popolo, è quello di applicare la Legge data da Dio al popolo d’Israele, conformando inoltre a essa stessa il proprio comportamento. Detto diversamente, deve insegnare e applicare la volontà di Dio, dando in ciò il buon esempio e regolando prima di tutto il proprio comportamento sulla base di questa volontà.

I compiti di un re: dopo aver esplicitato quale sia il principio che sta al cuore dei doveri di un re, il profeta passa ad elencarne delle applicazioni concrete. Pertanto, ispirato dallo Spirito Santo, Geremia fornisce alcuni esempi salienti di esercizio del diritto e della giustizia (v. 3):

  1. Liberare dalla mano dell’oppressore colui al quale è tolto il suo, ossia, esercitare la giustizia in difesa di colui che ha fatto un torto. Di più: esercitare la giustizia in favore di coloro che non possono farla valere da soli, che non possono difendere sé stessi con le proprie forze.
  2. Non fare torto né violenza allo straniero, all’orfano e alla vedova, ossia ai deboli della società (nello specifico, a coloro che erano i più deboli, normalmente, nei tempi di Geremia e di Ioiachim). Dio afferma in più di un luogo di tenere costoro in particolare riguardo (es.: Salmo 68:5) e la Legge mosaica impone specificamente che queste categorie di persone vadano difese (es. Deuteronomio 10:12-22). Quindi, oltre che rimediare ai torti commessi, il re è ammonito di non essere egli stesso causa di male. Nello specifico, la parola ebraica che sottende l’italiano “non fare torto”, altonu, implica una dimensione economica: si tratta nello specifico di torti che hanno a che fare con l’imbrogliare o ottenere un vantaggio economico ingiusto su qualcun altro.
  3. Lo stesso tipo d’ingiunzione, sebbene questa volta con chiaro riferimento alla violenza fisica, viene ripetuta da Geremia ammonendo Ioiachim di “non spargere sangue innocente”. Forse, dietro di essa vi è anche un riferimento indiretto alle pratiche religiose in voga presso i popoli circostanti Israele e che si erano diffuse in quel tempo tra il popolo ebraico, che includevano il sacrificio umano e specialmente di “innocenti”, ossia di infanti. Se così fosse, quest’avvertimento avrebbe anche in sé l’elemento di ricordare al re chi sia colui al quale deve guardare per ricevere la guida: al Dio d’Israele e non ai falsi dei delle nazioni (di oggi e di ieri), che ci chiedono di praticare cose malvagie e abominevoli, quali in questo caso il sacrificio umano.

Dunque, il re deve rimediare al male commesso, non commetterne egli stesso e quindi, per dire la stessa cosa in positivo, è chiamato ad essere una fonte di benedizione per i suoi sudditi.

Un vero figlio di Davide: in conclusione, Geremia ricorda a Ioiachim il modello fornito dal suo illustre antenato, Davide, e il fatto che egli sieda sul suo stesso trono (v. 4). Costui, sebbene fosse tutt’altro che perfetto – anzi, la Bibbia ci racconta che commise grandi errori – è descritto dalle Scritture come un uomo che visse “secondo il cuore” di Dio (1 Samuele 13:14) e ciò per essersi sempre pentito quando messo di fronte ai propri sbagli e per aver desiderato la presenza di Dio al di sopra della ricchezza, del potere e della gloria. Dunque, la menzione di Davide da parte di Geremia non è incidentale: serve invece a ricordare al re di chi egli sia l’erede, a quale metro di paragone dovrebbe confrontarsi e chi dovrebbe imitare nell’esercizio delle sue facoltà di monarca. Ciò significa che anche a Ioiachim è intimato di diventare un “uomo secondo il cuore di Dio”. Perché questo avvenga, è cruciale che egli obbedisca a Dio e ai suoi comandamenti e nello specifico a quelli che sono i suoi disegni per i re e le autorità politiche, sintetizzate nelle stesse parole che Geremia ha appena pronunciato.

Ora, giunto al termine del suo sermone il profeta conclude e rinforza il suo discorso delineando al re da una parte le conseguenze dell’obbedienza e dall’altra della disobbedienza alla volontà del Signore:

  • Da un lato vi è la promessa di vita, per chi pentendosi dei suoi peccati e trovando forza nel perdono e nel sostegno del Signore, si sforza di mettere in pratica i suoi comandamenti. Ciò significa nel concreto la sopravvivenza del regno davidico (attenzione: non la sopravvivenza della monarchia in quanto tale, ossia la sequenza dinastica di discendenti di Davide – questa promessa non viene mai messa in discussione da Dio, perché la famiglia di Davide deve condurre al Salvatore), la prosperità della casa di Ioiachim e con essa di tutto il popolo d’Israele (v. 4).
  • Per chi rifiuta questa promessa e disobbedisce al Signore l’unica alternativa che resta è quella della morte, conclusione ultima per chi non si pente dei suoi peccati e, rifiutando il perdono e il sostegno del Signore, ignora i suoi comandamenti. Geremia nell’immediato ammonisce Ioiachim avvertendolo che questa scelta avrà delle conseguenze simmetricamente opposte a quelle precedentemente elencate: la casa del re andrà in rovina (v. 5) e di ciò ne soffriranno il regno tutto e il popolo.

Delle parole per l’oggi: Quelli espressi dal profeta Geremia sono i principi che anche oggi dovremmo aspettarci che venissero messi in pratica dai nostri politici, così come quelli verso i quali dovremmo spronarli. In tal senso quanto profetizzato da Geremia a Davide riflette le condizioni dell’epoca in cui egli visse ma i principi di fondo non cambiano: non necessariamente oggi stranieri e vedove sono gli elementi più deboli della società, ma il principio di non fare torto ai deboli rimane. Quindi l’esempio della saggezza divina, espressa come guida del popolo d’Israele all’epoca dell’antico regno, dovrebbe guidarci anche oggi, come una sorta d’impronta o meglio ancora di esempio ispirato, che possa guidare gli sforzi dei nostri politici. Si badi che, sebbene spesso i nostri leader non siano dei credenti, ciò che Dio desidera dalla giustizia civile non cambia sulla base della fede di coloro che occupano i posti di governo. Non è infatti logico pensare che l’obbligatorietà da parte di un politico di attenersi alle indicazioni espresse dal profeta muti in base alla sua fede religiosa. Ciò che cambia è il quadro all’interno del quale tali obblighi vanno esercitati: Ioiachim, come tutti i re di Giuda, faceva parte del popolo eletto e della casa di Davide: quindi, la loro esistenza era definita e compresa all’interno dei termini del patto fatto da Dio con tutto Israele al tempo di Mosé e in secondo luogo da quello, più specifico, contratto con Davide e i suoi discendenti. Cionondimeno, anche qui rimane il principio di fondo: un buon leader politico, sia egli ebreo o no, cristiano o no, deve riconoscere l’autorità di Dio e attenersi ai principi che regolano la sua funzione, che sono uguali per tutti coloro che ricoprono tale posizione. Come per gli antichi re anche per i politici di oggi la prosperità o la rovina della loro casa e del loro popolo, dipendono dal loro rispetto di queste norme e quindi in definitiva dal loro conoscere Dio e riconoscerlo come Signore.

Conclusione: Qualcuno potrebbe pensare che una tale visione della politica sia ingenua e idealista. Non lo è. Ingenuo è pensare che i politici si comportino sempre bene. Idealista è pensare che noi in questa vita avremo una pace e un ordine perfetti, tali quali la Parola di Dio li comanda. Invece, la Parola ci chiede di pregare, operare, sperare, perché la giustizia del Signore si compia per quanto possibile nel nostro tempo. Ciò implica che non vedremo la perfezione da questa parte dell’eternità, ma che cionondimeno possiamo vedere verificarsi delle correzioni, in noi stessi, nel nostro prossimo e nelle strutture delle nostre società – e dunque anche al livello politico, sia sistemico che individuale, relativo al livello della classe politica. Guidati e sorretti dalla mano di Dio, noi siamo pertanto chiamati a convertirci dai nostri peccati e siamo esortati a invitare il nostro prossimo a fare lo stesso. Così, noi e il nostro prossimo possiamo essere il primo segno del cambiamento e della trasformazione della nostra società. Tutto ciò è incredibilmente realistico, perché l’esperienza ci parla di tali tempi di correzione e di giustizia e perché non vi è nulla di più reale che l’amore spontaneo e gratuito di Dio offerto all’umanità peccatrice, amore che tali tempi di ravvedimento suscita e alimenta. Lungi quindi dall’essere quella qui esposta una visione ingenua, idealista e quietista, si tratta al contrario del messaggio certo semplice, ma non facile, profetico e quindi scomodo che Dio è il Signore di ogni cosa, anche della politica e che la sua volontà e le sue leggi devono essere il metro di bontà di ogni politica. Vera giustizia è quella che Dio definisce essere tale, non quella che risulta dal volere arbitrario dell’ uomo, che abbandonato a sé stesso opera sempre per accrescere il proprio ego.

Volgiamoci quindi in preghiera al Dio della giustizia, perché, per quanto possibile in questo tempo, la giustizia regni nei nostri giorni.

Amen.