Le porte dell’Ades non ci bloccheranno la strada

Auguste Rodin, “I Cancelli dell’Inferno”, Casa d’arte di Zurigo, Zurigo;

Matteo 16:13-19

13 Poi Gesù, giunto nei dintorni di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» 14 Essi risposero: «Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti». 15 Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» 16 Simon Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 Gesù, replicando, gli disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere. 19 Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli».

Lettura di supporto: Giovanni 14:1-7

Premessa

            Questo passo del Vangelo di Matteo, tanto noto quanto dibattuto è ambientato nel punto geograficamente più settentrionale raggiunto dal ministero di Gesù e prelude al suo ritorno verso la città di Gerusalemme. Esso ruota intorno alla famosa confessione di fede di Simone in merito alla natura dell’identità del suo maestro. Rifiutando una serie di alternative che circolavano tra le persone che avevano sentito parlare di lui, l’apostolo afferma che Gesù è il “Cristo” ossia il “Messia” o “Unto” del Signore. Egli è pertanto l’uomo scelto da Dio per rappresentarlo e governare in sua vece. Allo stesso tempo, Simone indica Gesù come il Figlio del Dio vivente, espressione incarnata della presenza e natura del Padre, del Creatore che ha creato il cielo e la terra e che ha liberato Israele dall’Egitto. Gesù quindi non è solo un uomo prescelto da Dio, bensì in un certo qual modo la persona stessa del Padre divino giunta in terra per vivere tra gli uomini. La confessione di fede di Simone viene certificata da Gesù stesso che afferma inoltre come essa non sia stata il parto di forze e risorse esclusivamente umane, bensì sia stato il prodotto di un’illuminazione ricevuta direttamente da Dio stesso. In virtù di essa, Pietro viene descritto come la “pietra” sulla quale l’Unto del Signore fonderà la propria comunità.

            Di questo testo si è fatta molta discussione, soprattutto alla luce delle pretese della Chiesa di Roma di leggere nelle parole di Cristo la consegna di un primato assoluto a Pietro sul resto della Chiesa, primato che sarebbe stato poi trasmesso ai suoi successori. Tale tesi è stata avversata e contestata da più parti e ancor oggi divide i suoi sostenitori dalle altre tradizioni cristiane, sia ortodosse che protestanti. All’interno del mondo evangelico, pur con delle differenze nell’interpretazione dei dettagli di questo passaggio, si è universalmente fatto valere il fatto che, sebbene Pietro sia indicato dalle Scritture come il primo uomo ad esprimere una tale confessione di fede, né questo testo né altri parlano in alcun modo della sua infallibilità, della sua autorità esclusiva o del fatto che un suo supposto primato debba essere trasmesso ad eventuali successori. Quello che leggiamo nel resto del Nuovo Testamento ci mostra un Pietro che indubbiamente spicca tra le figure principali della chiesa primitiva e che in alcune situazioni assume un ruolo di leadership rispetto agli altri apostoli. Ad esempio a Pentecoste, in Atti 2, è Pietro che rivolge il sermone ai pellegrini raccoltisi a Gerusalemme, sebbene tutti i discepoli riuniti abbiano ricevuto lo Spirito Santo. Allo stesso tempo, troviamo anche un Pietro che risponde all’autorità di altri apostoli o figure di rilievo come Giacomo il Fratello del Signore (cfr. Atti 8:14 e Atti 11:1-18) o che viene ripreso e corretto da Paolo (Galati 2:11-14).

Inoltre, parole simili a quelle contenute in questo testo vengono pronunciate a favore di altri discepoli in Giovanni 20:22-23, a dimostrazione del fatto che esse non vadano intese come peculiarità uniche di Pietro. Alla luce di ciò, dovremmo prendere sul serio le parole di Cristo senza caricarle di un significato che non hanno mai avuto: grande è il miracolo di una mente che viene illuminata per vedere la verità su Cristo così da poterla confessare apertamente. Su persone come queste, Pietro in primis per una questione innanzitutto cronologica, si fonda – perché da essi è costituita – la comunità dei discepoli di Cristo – posto, non dimentichiamolo, che esse stesse si fondano a loro volta su Cristo, come la Bibbia afferma in più luoghi (es.: 1 Pietro 2:4-8). A tutti loro sono rivolte le promesse pronunciate in questi versetti.

Le porte dell’Ades

A continuazione e completamento della meditazione di domenica scorsa, vorrei soffermarmi proprio su una di queste promesse, quale la troviamo nel v. 18: la Chiesa di Cristo non potrà mai essere sconfitta. Addirittura, “le porte dell’Ades non la potranno vincere”.

Nel sermone della scorsa settimana, abbiamo ascoltato la storia del Figliol Prodigo, del suo allontanamento dalla casa del Padre e della sua liberazione dalla schiavitù per opera di Gesù Cristo. In particolare però, ci siamo soffermati sull’opera della Croce, sulla quale il Salvatore ha preso il posto dell’umanità oppressa, riscattando il prezzo del suo servaggio con la propria vita. Nella presente meditazione vorrei invece approfondire il cammino di ritorno dell’umanità alla casa del Padre. Le parole di questa promessa ci consentono di farlo, nella misura in cui ci parlano di una sfida che la Chiesa di Cristo deve affrontare lungo il suo percorso. Attenzione: sebbene Matteo 16 racconti fatti che precedono la crocifissione e quindi l’evento che di fatto ha liberato l’umanità dalla sua servitù, dobbiamo considerare che le parole di Gesù sono pronunciate al tempo futuro – “le porte dell’Ades non la potranno vincere”. Pertanto, esse riguardano qualcosa che deve ancora accadere e che in quanto tale si colloca in un orizzonte che presumibilmente si colloca oltre le vicende della sua vita terrena e quindi dopo la sua crocifissione. In tal senso, Gesù sta compiendo una profezia, parlandoci di qualcosa che, nei termini della parabola del Figliol Prodigo, deve avvenire dopo che quest’ultimo è stato liberato e dopo che egli si è pentito delle sue azioni e ha deciso di tornare alla Casa del Padre. Da ciò comprendiamo che uno dei motivi fondamentali per i quali è importante comprendere la promessa di Matteo 16:18 è che essa ci riguarda direttamente: in quanto cristiani siamo figli prodighi in cammino verso la Casa del Padre e in quanto tali dobbiamo, come Chiesa di Cristo, misurarci con la minaccia delle “porte dell’Ades”.

Volendo quindi comprendere la natura profonda di questa promessa ci sono tre punti che vanno esaminati: 1) che cosa sia l’Ades; 2) che cosa siano le sue porte, quale sia il genere di scontro che si sviluppa tra di esse e la Chiesa e che cosa significa che esse non potranno vincere; 3) in che modo la promessa di Gesù ci mette al sicuro di fronte alle porte dell’Ades.

1) l’Ades è il regno dei morti, un reame di oscurità (Giobbe 10:21 e seguenti) collocato in fondo al mare (Giobbe 26:5) dietro i cui portali gli esseri umani sono consegnati a un’esistenza umbratile (Isaia 4:9). Il fatto però che Gesù parli di una lotta tra la Chiesa e l’Ades, ci fa intendere che c’è un senso per il quale il perimetro di questo regno oscuro si estende in qualche modo anche alla nostra presente esistenza. L’Ades è quindi nel contempo questo reame lontano e una presenza con cui dobbiamo fare i conti già nella nostra vita. Questo lo si capisce se teniamo conto del fatto che, sebbene noi vivi non ci troviamo nel mondo dei morti, viviamo cionondimeno sotto l’ombra della morte – sotto il suo segno. La decadenza e la morte sono realtà future che però ci attendono ad ogni passo e che sembrano essere il nostro destino irrefutabile. Dunque, la presenza dell’Ades si allunga sulla Chiesa anche nell’al di qua e non soltanto in un al di là che è ancora a venire. Attenzione: non che questo mondo, creato da Dio e dichiarato da Lui “buono” (cfr. Genesi 1) sia identico o si sia in qualche modo trasformato nel regno della morte. Piuttosto, l’aura di quest’ultimo si diffonde su di esso e influenza le nostre esistenze.

Pertanto, Matteo 16:18 ci parla di una lotta che coinvolge la Chiesa di Cristo, da una parte, con il potere del Regno della Morte, dall’altra. Ritornando alla parabola del Figliol Prodigo, possiamo vedere un collegamento con la vicenda di quest’ultimo: la vita lontano dalla Casa del Padre è segnata dalla fame e dalla minaccia costante alla propria esistenza – lontana da chi lo ha generato, l’umanità vive sotto il potere della morte, mentre nel luogo della sua origine non vi è timore e vi è vita in abbondanza.

2) Le “porte” dell’Ades non ne rappresentano soltanto i confini ma anche la “forza armata”. Questo perché il regno della morte non è scevro di presenze che governano le energie e che combattono per tenervi all’interno i prigionieri. Non scordiamoci che il Figliol Prodigo si vende a qualcuno: non esiste condizione di schiavitù che non includa uno schiavista, un proprietario degli schiavi. Quindi, le porte del mondo dei morti non sono soltanto collegate a un muro che cinge i confini di questo reame, ma questo muro è inoltre difeso e vigilato da guardie e vedette, che lavorano per impedire che esso venga superato. In tal senso, si può dire che le forze della morte, l’aura della morte, siano da un certo punto di vista anche quelle del male. Certo si dirà, la morte è un fatto naturale, di per sé né giusto né sbagliato, ma questo è vero soltanto nella condizione attuale del nostro mondo. Esso in origine è stato creato buono e libero dalla presenza della decadenza e del dolore. In seguito esso però è stato deturpato dalla nostra colpa primitiva, che ne ha determinato un profondo sconvolgimento, facendovi emergere ciò che prima non vi era. La morte quindi, nella prospettiva biblica, non è un fatto naturale. Essa non faceva parte del piano originale di Dio e un giorno non sarà più.

Rispetto a questa espressione, “le porte dell’Ades”, vale anche la pena di notare come essa sia stata letta nei termini di una minaccia offensiva, come dei cancelli di una città pronti ad aprirsi per rigurgitarvi gli eserciti delle forze del male. Questo è corretto concettualmente nella misura in cui il regno dei morti ha sicuramente le sue cittadelle e le sue caserme, le quali al momento opportuno si spalancano per farne uscire gli abitanti, pronti ad assalire e tormentare coloro che vivono nell’ombra della morte. Si noti bene però: se teniamo conto di quanto detto prima, del modo in cui l’Antico Testamento parla del regno dei morti e del fatto che in qualche modo noi siamo all’interno dell’influenza che esso proietta, allora le porte di cui parla di Gesù sono soprattutto da intendere per l’appunto come dei cancelli da cui dobbiamo uscire. Le porte dunque non prevarranno: sia perché chi ne fa la guardia sarà incapace di distruggere il corteo dei figli prodighi che tornano alla casa del Padre con un attacco frontale; inoltre, le porte dell’Ades saranno incapaci di prevalere su di noi perché esse non potranno in alcun modo impedirci di uscire dall’area d’influenza del regno della morte. Esse non potranno in alcun modo arrestare il nostro cammino per uscire da questo mondo per come esso ora si presenta, per entrare in questo mondo per come esso è veramente e quindi nella Casa del Padre.

3) In virtù della promessa di Gesù, la sua comunità sa di essere al sicuro di fronte al potere dell’Ades. Ma in che modo la Bibbia ci presenta l’esatta natura ed efficacia di questa promessa? Il Vangelo di Matteo termina con l’assicurazione da parte di Gesù che la sua presenza non lascerà mai la sua Chiesa, permanendo con essa fino alla fine dell’epoca presente (Matteo 28:20). Ciò detto, noi sappiamo che per via della sua morte e risurrezione Gesù è colui che è già passato attraverso il regno della morte per tornare alla Casa del Padre e che, come si legge in Giovanni 14:1-7 egli ora ci attende lì ed è intento prepararla per il nostro arrivo. Se allo stesso tempo la sua presenza ci accompagna, presenza che, che avendoci abbandonato fisicamente per tornare al luogo da cui era venuto può essere soltanto una presenza invisibile e non-fisica e quindi spirituale, ciò significa che non solo egli ci ha preceduto alla Casa del Padre in modo da prepararla per il nostro lavoro, ma che inoltre la stessa presenza e forza che ci ha liberati, la stessa presenza e forza che ci aspetta al nostro arrivo, è anche la presenza e la forza che ci sostiene lungo la strada. Ciò significa che non solo egli ci ha riscattati sulla croce, prendendo il nostro posto perché fossimo liberi, ma che inoltre egli provvede per noi anche sul nostro cammino di ritorno verso la nostra casa natia. 

Pertanto, come vi è un’aura del regno della morte che si estende su di noi, vi è anche quella della Casa del Padre, che ci raggiunge attraverso la mediazione di Gesù, il quale ci ha riscattati con la sua crocifissione, ci ha aperto la strada oltre il regno della morte con la sua risurrezione e ci ha garantito un buon passaggio con la presenza del suo Spirito. Quest’aura infatti, determinata dalla presenza dello Spirito Santo dentro e intorno a noi, è destinata a vincere su quella del regno della morte perché essa viene direttamente da Dio e dalla pienezza della sua vita infinita. Inoltre, è necessario che essa trionfi perché allineata alla vera natura di questo mondo, che è stato creato per essere un’estensione della Casa del Padre e che quindi al suo cuore ha il bene e la vita, non il male e la morte.

Non per la nostra forza

Vorrei ora concludere questa meditazione con alcune considerazioni pratiche in merito ad alcune delle applicazioni pratiche per la nostra fede quotidiana che emergono da questo passo di Matteo.

1) Innanzitutto è fondamentale che teniamo sempre nella mente e nel cuore il suo punto centrale: la Chiesa di Cristo non sarà sconfitta dalle forze del male e della morte. Quindi, anche quando il futuro ci sembra tetro, ci sembra di essere destinati a soccombere sotto il peso delle nostre colpe, delle nostre fragilità, delle nostre imperfezioni e che la fede debba essiccarsi e morire fino a che non ci saranno più figli prodighi pronti a pentirsi e intraprendere il cammino del ritorno – quando questo ci sembra essere il futuro, dobbiamo riconoscere la nostra mancanza di fede e tornare alla promessa del nostro Signore.

2) In secondo luogo, il nostro rapporto con tale promessa, come ogni altra contenuta nelle Scritture, deve basarsi sul fatto che non è la nostra forza che ci farà vincere contro le porte dell’Ades ed entrare nella Casa del Padre – è quella di Gesù. Pertanto, quando la debolezza ci coglie, non dobbiamo tentare di superarla con le nostre risorse, bensì dobbiamo appoggiarci alla sua forza e chiedere al Signore di irrobustirci, di accrescerci nella fede, di rinnovare la nostra convinzione nelle sue promesse. Allo stesso modo, quando testimoniamo la fede, e questo è sempre qualcosa che in qualche misura implica uno scontro con le forze che tentano in tutti i modi di soffocare questa testimonianza, devo sempre ricordarmi che è la presenza del Signore che rende tale testimonianza vittoriosa ed efficace – e quindi ad essa che devo appellarmi ed è su di essa che devo basarmi.

3) In conclusione, dobbiamo ricordarci che la promessa di Gesù è che la chiesa non sarà mai sconfitta e questo si è verificato fino a oggi. Allo stesso tempo, questa promessa non implica di per sé che particolari espressioni della chiesa non possano recedere o addirittura scomparire – e anche di ciò la storia ci porta svariati esempi. Pertanto, nostra è la responsabilità di rispondere con fede alla chiamata di Gesù che c’invita a seguirlo in questo percorso; nostra è la responsabilità di essere in comunicazione con la sua presenza che tramite la fede ci viene sempre offerta, di nutrirci di essa, di reagire alle sue promesse con un “sì Signore, aiutami a credere e aiutami a camminare nel tuo Spirito”. Le benedizioni del Signore sono universali, ma si applicano solo a chi le accoglie con le mani mendicanti della fede. Questa è la nostra parte, quella che nessun altro può svolgere al nostro posto, come singoli e come comunità. Che il Signore ci possa sostenere e condurre in ciò, come in ogni altro aspetto del nostro percorso.

Amen.