L’Alleanza del Sangue e dello Spirito (17/05/2026)

Geremia 31:31-34

31 «Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. 32 Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. 33 Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. 34 Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato».

In questa domenica, che cade tra la celebrazione dell’Ascensione e quella della Pentecoste, siamo condotti a meditare sul tema dell’attesa del realizzarsi delle promesse del Signore. Vogliamo quindi porre attenzione a cosa significa vivere la speranza cristiana, ossia la speranza delle completa e piena venuta del Regno di Dio, realizzatosi nella morte e nella risurrezione del Signore Gesù e ora orizzonte di tutta la storia. In questo, ci troviamo a rivivere a modo nostro l’esperienza della Chiesa tra l’Ascensione e la Pentecoste: nuovamente separata dalla presenza fisica del Maestro, attende ora l’avverarsi della promessa di Gesù che egli avrebbe mandato un Consolatore, lo Spirito di Verità che avrebbe guidato i discepoli in sua assenza (Gv. 16:5-15). La Chiesa quindi, come le veniva chiesto, si ritirò in preghiera a Gerusalemme per attendere la venuta dello Spirito (e questa fu la Pentecoste). I credenti quindi in quel momento si trovavano tra la realizzazione di una promessa (la venuta del Messia) e l’attesa di un’altra (la discesa dello Spirito). Per conto nostro, invece, siamo collocati dopo la realizzazione della discesa dello Spirito e attendiamo la realizzazione della promessa del ritorno di Cristo e della piena venuta del suo Regno. Meditiamo quindi su come vivere al meglio questo tempo, prendendo le mosse dal testo suggeritoci dal lezionario, preso in questo caso dall’Antico Testamento – un testo profetico, che ci parla proprio della Pentecoste e che c’introduce al tema di questa domenica.

1 – Un nuovo e migliore patto

Il Profeta Geremia, ispirato da Dio, parla di un giorno a venire, in cui Dio completerà con il suo popolo una nuova alleanza, un’alleanza ulteriore rispetto a quella portata a termine dopo l’uscita dal paese d’Egitto. La Lettera agli Ebrei cita questo passo commentando che esso fa riferimento a un patto “migliore”, perché “fondato su migliori promesse” (Eb 8:6). Sulla base di quanto leggiamo nel testo qui sopra, la superiorità di queste promesse va ricercata nel perdono completo e totale dell’iniquità di chi ve ne fa parte (v. 34), nonché in una conoscenza intima e diretta del Signore, che non deve passare per l’altrui mediazione per conoscere la sua legge (v. 33). Mentre i sacrifici della vecchia alleanza andavano ripetuti in continuazione per espiare i nuovi peccati, la nuova alleanza si basa su di un sacrificio che cancella, una volta per sempre, tutti i peccati che sono e che saranno mai commessi. Per quanto riguarda invece la legge di Dio, nel nuovo patto sarà scritta sul cuore di ciascun credente e non sarà più solo una voce esterna, che ci viene da fuori. La saggezza di Dio non sarà più quindi soltanto un modello posto di fronte a noi a cui ispirarci, ma anche una forza scritta in modo efficace direttamente sul centro del nostro essere (il “cuore”, secondo l’immaginazione biblica), in modo da dare forma e struttura a tutta la nostra vita.

2 – Il nuovo e migliore patto realizzato in Gesù Cristo

Questa nuova alleanza è quella che si è attuata tramite la morte e risurrezione di Gesù e che è stata sigillata e applicata ai credenti dalla discesa dello Spirito a Pentecoste. La crocifissione di Gesù infatti è stato il sacrificio espiatorio che ha operato il perdono del peccato dell’umanità e la sua riconciliazione con il Creatore. La risurrezione ci ha portato in dono la vita eterna e la promessa di una nuova creazione. La discesa dello Spirito Santo sulla chiesa applica il perdono del peccato e la vita eterna alla Chiesa. In altri termini, essa “personalizza” questi eventi, rendendoli unicamente collegati a ciascuno di noi. Infatti, lo Spirito Santo è Dio che viene a noi e se, come promesso da Cristo, dopo la sua ascesa in cielo lo Spirito Santo verrà a vivere in noi, questo significa che Dio verrà a stare con noi con tutto ciò che è suo, rendendolo nostro. Dunque, perdono e vita eterna diventeranno nostri e saranno così doni di cui faremo esperienza in modo personale.

Il testo di Geremia insiste soprattutto su questo secondo punto, sottolineando come la presenza dello Spirito nella nostra intimità porti il nuovo patto ad essere maggiore del primo. Nel nuovo patto, la presenza dello Spirito non porta soltanto con sé i grandi doni del perdono e della vita eterna, ma anche la legge di Dio, che ora non è più un insieme di precetti esterni a cui dobbiamo conformarci, ma è al contrario qualcosa che viene scritto sul nostro stesso cuore, incisa su di esso dallo stilo dello Spirito Santo. Questo fa sì che l’obbedienza alla legge di Dio non debba più prendere la forma di un tentativo di orientarsi a qualcosa che sta esclusivamente fuori di noi, bensì di conformarsi a qualcosa che ci è già diventato interiore e, in qualche modo, una cosa sola con la nostra natura.

3 – Una Sobria Speranza

Questa profezia doveva essere particolarmente misteriosa per coloro che l’ascoltarono per la prima volta. Infatti come tutte le profezie, era impossibile da decifrare del tutto a priori e nello specifico le indicazioni precise su come, quando e da chi quest’alleanza sarebbe stata formata e messa in pratica rimanevano in parte nascosti. Possiamo immaginare che, spesso, agli ebrei dei tempi antichi ascoltando queste parole esse siano sembrate vaghe, magari vuote e persino futili. La nuova alleanza annunciata dal profeta tardava a farsi vedere e intanto i problemi di Israele – idolatria, ipocrisia religiosa, dominio straniero – si susseguivano e si accumulavano. Eppure, in Cristo queste parole si sono realizzate e coloro che ne stavano attendendo la realizzazione sono stati ricompensati. Allo stesso modo, quando Gesù ha promesso lo Spirito, la Chiesa ha saputo attendere con fiducia la Pentecoste. Infatti, in Spirito di preghiera e con nessun altro privilegio che il fatto di essere sostenuti dalla fede, questo sparuto gruppo di discepoli si è accampato a Gerusalemme e ha atteso con fiducia l’arrivo dello Spirito che era stato promesso. Lo Spirito è arrivato e i fedeli hanno conosciuto un’intimità con il Signore e un accesso alla sua potenza che mai prima avrebbero pensato possibile.

All’epoca, la Chiesa agì sorretta da una sobria speranza, ovvero un’aspettativa che si basa su di una prova tale da rassicurarci sull’esito finale della nostra convinzione. Tale prova sono le stesse parole di Gesù pronunciate agli apostoli il giorno del suo commiato (Gv 16:5-15). Queste parole furono accolte con fede dagli apostoli, perché basate sull’evidenza di tutto quanto compiuto da Gesù in quei fatali 3 anni. Per tre anni, con costanza, nell’insegnamento, nel miracolo, nella prassi di ogni giorno, Gesù aveva mostrato di amare il suo prossimo e in particolare i suoi discepoli. Aveva mostrato di essere pronto a fare qualunque cosa per loro, pur di non abbandonarli e di benedirli affinché potessero essere resi integri, liberi dal peccato e capaci di vivere secondo la legge di Dio. Aveva inoltre mostrato di essere in grado di compiere cose ben al di là delle possibilità umane. Infine, aveva mostrato di conoscere quanto sarebbe successo in seguito. Non ultimo, sebbene nel testo di Giovanni che abbiamo ascoltato questo non fosse ancora evidente, aveva preannunciato che, morto di croce, sarebbe risorto dopo 3 giorni – così era stato. In tutti questi modi, Gesù aveva mostrato di essere degno di fiducia, quando prometteva che il Consolatore sarebbe giunto e che avrebbe segnato l’inizio di un nuovo capitolo della storia del Popolo di Dio, un capitolo segnato dall’intimità della Nuova Alleanza, descritta già secoli prima dal Profeta Geremia.

Quindi, infine, gli apostoli accolsero le parole sulla discesa dello Spirito nello spirito di sobria fiducia o di sopra speranza che dovrebbe essere tipico del cristiano. La Parola del Signore, sostenuta nella sua sincerità da secoli di profezie realizzate, da secoli in cui il popolo di Dio nonostante tutto è stato protetto, benedetto e reso in grado di benedire. Tale Parola è affidabile e degna di fiducia e alla fine ha prevalso nel persuadere i discepoli ad affidarsi ad essa e a vegliare. Infine, quando venne lo Spirito a Gerusalemme, i discepoli erano pronti: lì dove dovevano essere, con la disposizione di animo che avrebbero dovuto avere.

Né angosciato dal futuro, perché ha con sé la Parola di Cristo, né passivo, perché il Signore gli ha ordinato di pregare per prepararsi a ricevere i suoi doni. Così dovrebbe vivere il cristiano, così la chiesa tra l’Ascensione e la Pentecoste. Vogliamo quindi celebrare e riprendere questo tono di sobria, pacifica e quieta speranza, vogliamo quindi fare nostra l’ingiunzione ad attendere dal Signore la realizzazione delle sue promesse, volendoci persuadere del fatto che Egli agisce sempre nei suoi tempi e che a volte questo significa che noi tendiamo a perderlo di vista. Fratelli e sorelle, vegliamo nell’attesa, rimaniamo speranzosi di ricevere quanto il Signore ha promesso – di mostrarsi completamente a noi, di liberarci del tutto dalla morte e dal potere del peccato, di rinnovare completamente il cosmo – certi del fatto che egli non ha mai deluso i credenti del passato e che di certo non deluderà noi.

Così possa essere per tutti noi, amen.