Il Come e il Cosa della Preghiera

Bellinzona 10/05/2026

Matteo 6:5-13

5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
7 Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. 9 Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
10 venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12 e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13 e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.

Il tema di questo testo, per certi aspetti estremamente semplice ed essenziale, è la natura e il metodo della preghiera cristiana. Ciò detto, vale che anche ciò che è semplice ed essenziale non per questo è di minor valore, specie quando la semplicità e l’essenzialità che sono in questione sono quelle del testo biblico. Infatti, avvicinandoci alla Scrittura, spesso scopriamo che proprio i passi più semplici e all’apparenza persino banali, o quelli che si sono consumati nella nostra mente essendo stati ascoltati e riascoltati svariate volte, sono invece quelli che portano con sé messaggi cruciali, gravi sfide per la nostra vita cristiana ed elementi essenziali per la nostra riflessione. Ciò è doppiamente vero se l’oggetto di un testo biblico è la preghiera. Quest’ultima è contemporaneamente qualcosa che in un certo senso è scontato (in fondo chi non sa che l’essere cristiani in qualche modo include la pratica della preghiera?) e allo stesso tempo ignoto (possiamo dire di sapere come condurci nell’esercizio della preghiera?) e negletto (preghiamo? Quanto? Come?). Non sono quindi mai troppe le volte in cui ci accostiamo a testi di tale natura: essenziali, apparentemente semplici, in ogni caso per noi cruciali, perché ci rinviano alle basi della nostra presenza nel mondo come discepoli di Gesù. Per questo tali testi sono capaci di fare da cartina da tornasole della salute della nostra vita spirituale e allo stesso tempo indicarci la direzione da percorrere verso una condizione migliore.

Venendo al contenuto di questo testo è bene accostarsi partendo da una constatazione: Gesù dice “quando pregate” (v. 5). Non dice dunque “se pregate” o “casomai ogni tanto vi capitasse di pregare”: il Signore dà per scontato che i suoi discepoli preghino. Certo, nel contesto immediato del Vangelo di Matteo Gesù si sta rivolgendo a ebrei cresciuti alla scuola della sinagoga, persone che dalla più tenera infanzia (di solito già intorno ai 5-6 anni) erano state istruite al fine di saper leggere e recitare le preghiere quotidiane. Il Vangelo però è universale ed è universale il messaggio della Scrittura: poco importa se non siamo ebrei del I secolo cresciuti ai piedi di un rabbino e di genitori abituati a recitare un certo tipo di preghiere, il punto rimane lo stesso – i discepoli di Cristo, a cui il testo fa riferimento, sono uomini e donne di preghiera. Quindi, da un certo punto di vista, la preghiera per noi dev’essere un punto di partenza, non un punto di arrivo.

Ciò detto, oggi per noi purtroppo un’educazione come quella che poteva ricevere un discepolo ebraico della generazione apostolica è sempre più rara, se non quasi del tutto scomparsa. Ma ciò non ci deve frenare. La Scrittura infatti è tutto ciò di cui abbiamo bisogno, come in ogni altra cosa, per colui che vuole entrare nella scuola della preghiera cristiana. Essa, come recita la Seconda Confessione Elvetica, è sufficiente a “condurre la nostra vita in modo da renderla gradita a Dio” – e questa è sempre stata la testimonianza di fede delle chiese della Riforma, nonché dei veri testimoni della fede in ogni tempo. Dobbiamo quindi partire dalla fede che, quale che sia il nostro percorso di vita, la Scrittura è sufficiente per guidarci nella preghiera, nell’istruirci sul cosa e sul come della preghiera: il suo contenuto e il suo metodo. Perché certo, se è vero che ogni discepolo di Cristo prega, è anche vero che chi prega sa che nel momento in cui ci si dispone a quest’esercizio emergono una pletora di domande: quali parole usare? Che postura adottare? In quali tempi e con quale frequenza pregare? È bene pregare in modo libero, seguendo delle parole prescritte o entrambe? È quindi vero che se da un certo punto di vista la preghiera è un punto di partenza, non un punto di arrivo, da un altro punto di vista è certamente il contrario – la preghiera per noi dev’essere anche un punto di arrivo non di partenza. Abbiamo quindi bisogno della Scrittura per imparare a pregare. In questo le stesse parole del Salvatore ci vengono incontro, in un testo che rappresenta probabilmente la sua istruzione più chiara su questo tema.

Schematicamente e brevemente (ci troviamo infatti di fronte a versetti la cui semplicità è solo l’involucro di un’infinita ricchezza), vorrei estrarre per la nostra meditazione 3 punti: due riguardano il come della preghiera, mentre uno riguarda il cosa della preghiera.

Innanzitutto, cominciamo con il come della preghiera. Il Signore c’invita nella nostra pratica ad evitare due estremi: da una parte ci sono gli “ipocriti”, che possiamo identificare sulla base del testo come delle figure appartenenti al popolo ebraico che amano fare sfoggio della loro devozione religiosa; dall’altra abbiamo invece i pagani, dunque le pratiche di preghiera estranee alla tradizione israelitica che erano facilmente riscontrabili nella Giudea romanizzata ed ellenizzata dell’epoca. Iniziamo dunque al prendere in considerazione la prima tipologia di preghiera dalla quale Gesù ci vuole distogliere.

1) “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti” (v. 5): con queste parole, Gesù ci vuole avvertire rispetto al pericolo della vanagloria e dell’orgoglio. Lo scopo della preghiera non è quello di ottenere l’approvazione degli uomini, né di innalzare noi stessi ai nostri stessi occhi. Chi si comporta in questo modo è un ipocrita, che pur facendo grande mostra di devozione sta in realtà puntando a riscuotere l’ammirazione umana, in primo luogo forse proprio la propria, inseguendo il desiderio di sentirsi persona religiosa e pia. Il Dietrich Bonhoeffer in Nachfolge/Sequela che la preghiera non dovrebbe mai essere qualcosa di “dimostrativo”, qualcosa che mira a farci fare bella figura, una performance: non dovrebbe esserlo né di fronte a Dio, né di fronte agli altri, né di fronte a noi stessi. Quello che invece dovremmo cercare è il raccoglimento, sia fisico che spirituale, in cui lontani dalla tentazione della performance ci rivolgiamo esclusivamente all’oggetto primario della nostra preghiera, che non siamo noi e i nostri bisogni (l’oggetto secondario) bensì Dio e la sua gloria.

Dio vede il segreto, ci viene detto, ed è pronto a ricompensare che si accosta al suo trono con l’attitudine filiale, semplice e sincera del discepolo. Si badi bene che non fraintendiamo: una chiamata al raccoglimento e all’isolamento non implica una proibizione della preghiera ad alta voce né di una preghiera comunitaria. Quello che si vuole bandire dal nostro spirito è, ancora una volta, la tentazione di trasformare la preghiera in una performance, in un gesto il cui scopo principale è la nostra auto-affermazione di fronte a noi stessi e gli altri, anziché un gesto radicato nella nostra radicale dipendenza da Dio. Inoltre, non dobbiamo fraintendere queste parole pensando che la promessa della ricompensa a chi prega in segreto implichi che il nostro “grado di raccoglimento” conduca automaticamente per qualche strana relazione a una ricompensa ad essa proporzionale, per cui più siamo raccolti più siamo ricompensati. Questo, ancora una volta ci riporterebbe ad essere degli ipocriti, degli oranti performativi. No: il Signore che vede nel segreto e ci ricompensa non lo fa perché siamo bravi a pregare, ma perché, come dice Gesù, già sa di cosa abbiamo bisogno, ci ha già ascoltato. Non è che il raccolto viene ricompensato, bensì che chi riceve l’amore di Dio si raccoglie ed è ricompensato: tramite la fede noi ci riconosciamo bisognosi di Dio e ci appoggiamo a lui; riconoscendo questa dipendenza diventiamo persone che rifiutano sempre di più il principio della performance per cercare quello del raccoglimento e al contempo diventiamo sempre di più depositari delle benedizioni di Dio.

2) “non sprecate parole come i pagani” (v. 7): tale constatazione ci porta direttamente al secondo punto. Questo consiste nella necessità di non abbondare inutilmente nelle parole, pensando, anche qui, secondo un criterio performativo, che più preghiamo più saremo ricompensati, finendo per recitare all’infinito parole che più che espressione del nostro cuore si sono trasformate in formule magiche, il cui potere speriamo di riuscire a sbloccare. Quest’attitudine viene principalmente attribuita ai pagani, sebbene possiamo immaginare esistesse anche tra gli israeliti. Certo è però che tale attribuzione non è casuale. Dobbiamo ricordarci come al tempo di Gesù la Terra Promessa fosse sotto il controllo dei romani (essenzialmente sono loro, insieme ai popoli da essi sottomessi, i quali si celano dietro i “pagani” di cui parla Gesù) si ritenevano i più religiosi tra tutti i popoli (ad esempio, questo concetto viene espresso dal grande politico, oratore e filosofo romano Cicerone). Bisogna però comprendere questo sentimento: dicendo tale cosa i romani non affermavano, come potremmo noi pensare, di coltivare grandi sentimenti di devozione verso le loro divinità. Questo poteva pure essere vero in alcuni casi, ma essenzialmente il concetto romano di religione era quello di una relazione contrattuale tra gli dei e gli uomini. Questa relazione si basava sull’esecuzione di certe tecniche, certe formule, certi riti che, se correttamente eseguiti, garantivano il favore degli dei. Era in altri termini un do ut des, uno scambio di natura commerciale dove il sentimento di devozione prendeva la forma di un sentimento di dovere rispetto allo svolgimento di certi obblighi contrattuali.

Per quanto una tale forma di religiosità non vada presa sottogamba (il commercio e i contratti sono una cosa estremamente seria ed è una virtù voler ottemperare ai propri obblighi all’interno di questa sfera), quello a cui siamo chiamati come discepoli di Cristo è ben altro. La relazione che lega dei figli a un padre non è di natura contrattuale bensì di generoso auto-donarsi: da una parte nell’amore paterno che nulla risparmia per i propri figli, dall’altra nell’obbedienza del figlio che ascolta le istruzioni del Padre. Questa è la relazione umana che Gesù ci indica come una buona metafora del nostro rapporto con Dio e dunque della forma che deve prendere la nostra devozione. Non dobbiamo quindi confondere le due cose, diventando come pagani che si accostano a Dio come chi si accosta ad un cliente o a un partner commerciale, ossia a qualcuno verso il quale possiamo avere degli obblighi ma che essenzialmente è per noi un estraneo. Non diventiamo come i pagani, facendo della nostra preghiera un gesto meccanico basato su delle procedure contrattualmente stabilite. No: avviciniamoci invece a Dio con la semplicità, la fiducia e la franchezza di un figlio che si avvicina a un padre amorevole, dal quale è sicuro di essere preso sul serio, ascoltato e aiutato nei suoi sinceri bisogni.

Anche qui come prima però dobbiamo evitare di fraintendere le istruzioni di Gesù: rifuggire la meccanicità dei pagani non implica necessariamente che cercare una regolarità nei tempi e nei modi della preghiera sia per forza un male; né ciò implica che sia per forza proibito per un cristiano utilizzare delle preghiere formalizzate (il cui testo è già stabilito, “preparato”, in precedenza) o, per dirla in modo tecnico, liturgiche. D’altronde, al netto di quello che ho appena argomentato, c’è modo e modo di relazionarci con i nostri genitori. Affermare che le forme della relazione parentale siano diverse da quelle della relazione contrattuale non vuol dire ovviamente che in famiglia le relazioni non debbano basarsi su certe regole e forme. Non soltanto, a un genitore ci si rivolge per dirgli certe cose, gli si portano certi contenuti. Se così è, tali forme e tali contenuti devono potersi formulare esplicitamente e devono poter essere insegnate. Tradotto nel nostro contesto, questo implica che anche la preghiera cristiana ha i suoi modi, come in parte abbiamo già visto e oltre a ciò ha anche i suoi contenuti tipici. Quest’ultimi possono ed è buona cosa che vengano espressi e che possano andare anche a comporre quella che noi chiamiamo una preghiera liturgica. Questo ci viene immediatamente dimostrato da quanto segue.

3) “Voi dunque pregate così” (v. 9 e successivi): oggi un buon ebreo ortodosso è chiamato a raccogliersi in preghiera tre volte al giorno. In ciascuna di queste occasioni egli recita una serie di preghiere liturgiche. All’epoca di Gesù sappiamo che questo ritmo giornaliero ancora non esisteva nella forma odierna, ma abbiamo diverse prove del fatto che esso fosse praticato in una qualche versione simile a quella attuale. Una delle prove di tale fatto è proprio il passo del Vangelo di Matteo che abbiamo tra le mani. Infatti, quello che noi chiamiamo “Padre Nostro” o “Preghiera del Signore” è molto probabilmente una sintesi di queste benedizioni, che va intesa sia come un’indicazione in merito a quello che in generale dev’essere il contenuto della preghiera, che come una preghiera a sé stante, che infine come uno schema su cui costruire ulteriori preghiere. In generale, era comune per gli ebrei dell’epoca interrogare i rabbini sul contenuto delle preghiere giornaliere, domandando loro di produrne una sintesi. Qui dunque Gesù si veste del manto del maestro della saggezza biblica ed israelitica e ci fa dono della più alta sintesi tra tutte quelle possibili, quella cioè che è frutto non della sapienza di un grande dotto che ha attinto alla divina sapienza, bensì frutto della divina sapienza stessa, di colei che per prima ha prescritto agli umani la forma e l’atto della preghiera.

Il Padre Nostro dunque, come è stato constatato dagli studiosi, è probabilmente una versione riassuntiva delle preghiere quotidiane degli ebrei dell’epoca, che può essere utilizzata sia così com’è, che come base per altre preghiere. Oltre a ciò, essa ci viene anche proposta come oggetto di studio e di meditazione, affinché possiamo essere istruiti e guidati sulle giuste richieste da portare al nostro Padre. Attenzione: questo non va in contraddizione con quanto affermato in precedenza – il Signore sa in anticipo di cosa abbiamo bisogno e in un certo qual modo ha già risposto alle nostre preghiere, nel senso che dentro di sé ha già deciso in anticipo se e in che modo reagire alle nostre orazioni. È però importante che dirigiamo i nostri cuori e le nostre menti a ciò che egli vuole che noi vogliamo e che ci rivolgiamo a lui in preghiera sulla base di questo orientamento. Tutto ciò non è secondario, come se il fatto che egli conosca in anticipo i nostri bisogni allora renda superfluo che noi li presentiamo in preghiera a lui: Dio vuole avere con noi una relazione e vuole che tale relazione sia una relazione filiale. Egli quindi risponderà alle nostre preghiere solo all’interno di una tale relazione e desidera che noi impariamo a vivere e a parlare con Lui sulla base di ciò che noi realmente siamo, ossia figli suoi. Dunque, è fondamentale che orientiamo i nostri desideri sui suoi, per imparare ad essere effettualmente i suoi figli, a cui Egli nulla rifiuta. È anche importante quindi che impariamo a modulare i nostri desideri, cogliendo quali siano dei falsi bisogni, fuori luogo per un figlio di Dio, e quali invece siano dei desideri appropriati, che vanno ricercati, coltivati ed espressi, ai quali il Nostro Padre che è nei cieli non mancherà assolutamente di rispondere.

Il Padre Nostro ci mostra dunque nel suo schema che cosa dobbiamo desiderare, che cosa dobbiamo dire a Dio, cosa è lecito e siamo incoraggiati a chiedergli, che cosa dobbiamo anche quindi in qualche modo aspettarci da Lui. Sinteticamente, possiamo dire questo: il Padre Nostro ci vuole insegnare la nostra dipendenza da Dio, il fatto di dover riconoscere in lui la fonte di ogni bene, il fatto di doverci affidare a lui per superare ogni difficoltà. Esso vuole dunque produrre in noi non un atteggiamento di passività, né di attività a cui “sopraggiunge” l’aiuto divino, ma di attività che nasce da quella di Dio, attività che si radica in quella di Dio, attività svolta in dipendenza da Dio. Vuole che rivolgiamo i nostri desideri al fatto che Dio venga santificato dagli uomini, ovvero che venga riconosciuto per chi Lui è, per il Padre buono e amorevole che ci ha creati e che ha cura di noi, che la sua volontà venga fatta, riconoscendo anche come siamo chiamati a farci strumenti di questa volontà, riconoscendo infine come nell’essere strumento della sua volontà egli ci sostiene e ci guida. Affinché queste divengano realtà nella nostra vita e intorno a noi dobbiamo innanzitutto pregare, sicché per l’appunto in questo il Padre Nostro diventa non solo una guida e uno sprone, ma anche una forma che si può impiegare, essendo essa la più nobile tra tutte le preghiere, l’unica che ci è stata lasciata dal Signore in persona.

Possa quindi la nostra pratica della preghiera sempre rivitalizzarsi, ritrovando freschezza, vigore e luce nelle istruzioni del Signore, affinché il nome di Dio sia glorificato dalla e nella nostra vita e possiamo noi tutti diventare benedizioni viventi per il nostro prossimo, in quanto altrettanti figli di Dio e agenti della sua volontà. Nel nome del nostro fratello maggiore Gesù che è il nostro mediatore presso il Padre e per la potenza dello Spirito Santo che tutto può nelle nostre vite, amen.