8 Filippo gli disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gesù gli disse: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai tu dici: “Mostraci il Padre”? 10 Non credi tu che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico di mio; ma il Padre che dimora in me fa le opere sue. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se no, credete a causa di quelle stesse opere.
12 In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch’egli le opere che faccio io, e ne farà di maggiori, perché io me ne vado al Padre; 13 e quello che chiederete nel mio nome, lo farò, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome io la farò.
“Signore, mostraci il Padre e ci basta” con queste parole, l’apostolo Filippo si rivolge a Gesù. In tal modo, egli manifesta un’urgenza che non è soltanto personale, ma che in qualche modo riguarda tutti noi. Ogni essere umano, infatti, è una creatura fondamentalmente tormentata e incessantemente interrogata dal desiderio di vedere e quindi comprendere la propria origine – origine che per l’ebreo Filippo non può che essere il Padre, il Dio creatore del cielo e della terra e che ha scelto Israele per amarlo in modo particolare. Se l’essere umano conoscesse la propria origine, potrebbe anche comprendere da dove ha origine la sua traiettoria e così potrebbe conoscere appieno la direzione della propria vita. Come una freccia che potesse contemplare l’arco e l’arciere che l’ha scagliata potrebbe così comprendere il perché la sua esistenza ha percorso una certa strada piuttosto che un’altra e verso quale obiettivo essa procede. Quindi, conoscendo l’origine della sua esistenza l’essere umano ne potrebbe conoscere anche lo scopo. Se teniamo conto di ciò, non sorprende che Filippo dica “Signore, mostraci il Padre e ci basta”: infatti, se conoscere il Padre è qualcosa che ci può dare in una volta sola la conoscenza dell’origine, della direzione e dello scopo della nostra vita, questo sarebbe senz’altro sufficiente a rispondere a tutte le nostre domande più profonde. Senza dubbio, avendo questa conoscenza, potremmo metterci il cuore in pace e dedicarci ai nostri affari, potendo ora dar loro un senso in quanto parte di un’esistenza che ci è diventata del tutto trasparente.
La domanda di Filippo (che si fa portavoce di tutti i discepoli – si noti che parla al plurale, “mostraci”) mostra come giunto a questo punto egli abbia maturato una fede nel fatto che Gesù disponga in qualche modo di una conoscenza speciale di questa origine. In altre parole, egli chiede a Gesù di mostrargli il Padre perché ritiene che egli lo abbia già visto per conto suo. Dunque, Filippo si deve essere convinto che, come scrive Giovanni nel suo famoso prologo, Gesù abbia visto il Padre e che lo abbia rivelato (Gv 1:18), ossia che egli abbia fatto qualcosa che nessun altro uomo aveva mai fatto prima. Del resto, il discepolo ha avuto abbondante prova di ciò, attraverso tutte le opere che Cristo ha compiuto di fronte ai suoi occhi, non ultima la risurrezione di Lazaro (Gv 11). La potenza di vita che è sgorgata da Gesù nei vari miracoli compiuti, uniti alle sue sagge parole d’insegnamento con cui ha interpretato la Torah e la sua spontanea generosità e bontà hanno convinto Filippo che Gesù abbia una conoscenza più intima e personale del Padre di quanto Mosè e gli altri profeti abbiano mai avuto.
Egli però non è ancora soddisfatto: il suo cuore ancora s’interroga e si tormenta. Filippo vuole conoscere la sua origine e il senso della sua vita e la vicinanza con Gesù, così intimo con il Padre e capace di rivelarlo, non ha spento questo desiderio – anzi, semmai lo ha intensificato. Infatti, proprio la vicinanza di qualcuno che tiene in mano le chiavi della conoscenza spinge i discepoli a porsi in ricerca con urgenza ancora maggiore, perché percepiscono che costui può dargli ciò che essi desiderano. Più nello specifico, essi bramano poter vedere direttamente il Padre, proprio come Gesù stesso fa: chiedono che l’origine venga mostrata loro, senza ulteriori interposizioni. La risposta di Cristo però è netta: non si rendono forse essi conto che aver visto Gesù, dunque il Figlio, equivale ad aver già visto il Padre? Non ha ancora capito Filippo che, più di quanto non accada nel volto di un Figlio umano estremamente simile al suo genitore, il Padre è nel Figlio e viceversa? Non ha capito che essi non sono solo simili, sicché uno rivela l’altro, bensì sono così intrecciati nella loro vita da potersi dire identici, pur essendo distinti, sicché quando vedo uno vedo immediatamente anche l’altro? Ascoltare le parole del Figlio significa quindi ascoltare quelle del Padre, vedere le opere del Figlio vuol dire quindi vedere quelle del Padre: non opere e parole simili, bensì le medesime. Così il Padre si comunica in modo perfetto è compiuto alle sue creature: facendosi carne e ossa di essere umano, mostrandosi nel Figlio a sua volta fattosi uomo compiuto e glorioso, vittorioso sul male e dedito al bene. Quindi, in conclusione, vedere il Figlio significa vedere immediatamente il Padre e quindi la nostra origine, ciò che ha dato direzione alla nostra vita e infine lo scopo stesso della nostra esistenza.
Come Filippo, anche noi siamo invitati da Gesù a riconoscere in lui il Padre e dunque la nostra origine, la fonte della direzione e dello scopo della nostra vita. Ma egli non c’invita soltanto a vedere in lui la sua natura divina, unita con quella del Padre e che diventa fonte di potenza miracolosa e di una capacità di contrapporsi al peccato impossibile per qualunque altro essere umano. Gesù infatti c’invita a riconoscere il Padre anche nella sua umanità, un’umanità compiuta, vittoriosa sulla morte e sul male, dedita al bene, suffusa della gloria che la nostra specie aveva prima del peccato. Questa umanità, che vive sempre alla presenza cosciente del Padre, illustra anch’essa la nostra origine, direzione e scopo: noi eravamo stati concepiti per essere come Gesù – fedeli al Padre, dediti al bene, rifuggenti il male – e la nostra direzione e il nostro scopo devono essere tornare al Padre per tramite del Figlio – tornare ad essere come e con il Salvatore.
Come anche a Filippo, anche a noi vengono rivolte le stesse parole in risposta alla richiesta di poter vedere il Padre. Se a ragione delle opere di Gesù accogliamo con fiducia la sua identificazione con il Padre, allora accadrà che anche noi compiremo opere come le sue, anzi, addirittura opere ancora più grandi delle sue, perché il tempo del Figlio tra gli uomini è stato relativamente breve e molti di noi hanno pertanto la chance di compiere opere di bene maggiori e più numerose di quelle compiute da Gesù stesso. Anche a noi, come a Filippo e agli altri discepoli, è promesso in questa lotta il sostegno e l’aiuto di Dio e anche a noi viene rivolto l’invito a cercarlo in preghiera supplicando per il suo aiuto in ogni cosa, affinché possiamo superare gli ostacoli che inevitabilmente troveremo nel nostro cammino di ritorno al Padre e alla nostra condizione originale.
Rinunciamo quindi alle opere del male per cercare quelle del bene, le quali solo danno gloria a Dio e prolungano l’opera di Gesù tramite la nostra vita. Abbandoniamo le tenebre e camminiamo nella luce per essere una sola cosa con il Padre, per tornare ad essere chi eravamo nel principio di ogni cosa e per vivere per sempre nella sua pace e nel suo splendore.