Una giustizia più grande (15/02/2026)

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Matteo 5:17-20,38-42

17 «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire, ma per portare a compimento. 18 Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice passerà dalla legge senza che tutto sia adempiuto. 19 Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli; ma chi li avrà messi in pratica e insegnati sarà chiamato grande nel regno dei cieli. 20 Poiché io vi dico che, se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli.

[…]

38 «Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente“. 39 Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; 40 e a chi vuol farti causa e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. 41 Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. 42 Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle».

Una giustizia più grande – Chiesa Evangelica Riformata di Bellinzona (15/02/2026):

I passi per la meditazione di oggi sono entrambi tratti dal cosiddetto “Sermone sul Monte”. Questo, com’è noto, è un discorso pronunciato da Gesù di fronte ai suoi discepoli raccolti alla base di una montagna non meglio identificata (tradizionalmente ritenuta essere una collina a nord di Gerusalemme, oggi nota come “Monte delle Beatitudini) e che è riportato nei capitoli 5, 6, e 7 del Vangelo di Matteo. Secondo il parere unanime degli studiosi, quest’episodio va letto in parallelo a quello narrato nel libro dell’Esodo, nel quale si ricorda il modo in cui Mosè ricevette sul Sinai la Legge da parte di Dio (capitoli 19 e successivi), per poi insegnarla agli israeliti riuniti alla base della montagna. Come la Legge fu una “carta etica fondamentale” per il popolo dell’Antico Testamento, così il Sermone sul Monte lo è per il popolo del Nuovo Testamento, ossia una sintesi dell’etica alla quale i discepoli di Gesù sono incoraggiati a regolare le proprie vite.

Negli estratti ripresi qui sopra, troviamo innanzitutto l’enunciazione di una serie di principi generali (vv. 17-20) seguita da una delle sei applicazioni (vv. 38-42) che Gesù immediatamente propone di uno di questi principi: “se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli” (v. 20). A volte, queste applicazioni, esposte nei vv. 21-48, sono state descritte dai commentatori come le “Sei Antitesi” dato che in ciascuna di esse vengono messi a confronto da una parte un precetto della Legge mosaica o una sua interpretazione e dall’altro un precetto proposto invece da Gesù. Erroneamente, questo linguaggio ci potrebbe portare a supporre che nelle “Sei Antitesi” Gesù stia mettendo in contrasto la vecchia Legge, dichiarandola obsoleta e proponendone invece una nuova e migliore.

Eppure, non è possibile che questa sia la corretta interpretazione del testo. Infatti, il confronto tra la Legge mosaica e l’insegnamento di Gesù, che pure è indubitabilmente presente nel testo (“Voi avete udito che fu detto […] Ma io vi dico […]) deve in qualche modo armonizzarsi con quello che viene affermato dallo stesso Gesù in merito alla continuità della sua missione con il contenuto dell’Antico Testamento (qui indicato con l’espressione idiomatica “La Legge e i Profeti”) espressa nel v. 17. Infatti, non sembra plausibile credere che Gesù dica una cosa – “io non sono venuto per abolire la legge e i profeti” – per smentirla subito dopo – “avete sentito dire questa cosa, ma ora la sostituisco con questo nuovo comandamento”. In altre parole, le due montagne, il Sinai e il Monte delle Beatitudini, non possono essere separate e messe in contrasto tra di loro, come se la seconda debba sostituire la prima, o perlomeno questo non può essere l’esito del discorso di Gesù. Al contrario, la sua affermazione iniziale al v. 17 sembra portare con sé l’idea che tra di esse vi sia una continuità, che siano in qualche modo tenute insieme da un filo conduttore che ne lega gli insegnamenti. Per comprendere quale sia questo filo conduttore bisogna dunque, riprendendo le parole di Gesù, identificare in che modo la seconda montagna non abolisca la prima, bensì la “porti a compimento”. Più nello specifico, visto quanto viene scritto nel v. 20, di cui le “Sei Antitesi” sono l’applicazione, per cogliere il rapporto tra queste e quanto le precede, è necessario comprendere in che modo dal Sinai al Monte delle Beatitudini si apra la possibilità di una giustizia più grande di quella degli scribi e dei farisei.

La questione dunque, non è quella di ignorare o men che meno minimizzare quanto insegnato nella Legge di Mosè (come del resto appare dall’appassionata difesa che ne viene fatta nei vv. 18-19). Come traspare dalle parole di Gesù, essa è indubitabilmente un’espressione della saggezza divina, la cui pratica e trasmissione ci meriterà il titolo di “grandi” nel Regno dei Cieli. Per avere un esempio concreto di ciò, si prenda il comandamento dell’“Occhio per occhio e dente per dente”, la cosiddetta “Legge del Taglione”, che è il soggetto dell’antitesi nei vv. 38-42. Questa, a una lettura ingenua, potrebbe sembrare qualcosa di barbaro, ma al contrario, se correttamente intesa sulla base del principio di azione che essa cerca di trasmettere, si rivela essere tutt’altro. Tale precetto, infatti, non fa altro che stabilire, tramite il linguaggio concreto e materiale che è tipico della Legge, un pilastro fondamentale per fondare la giustizia delle azioni umane: ogni reazione dev’essere adeguata e proporzionata all’azione a cui risponde. Più nello specifico, facendo riferimento al contesto originario in cui sono pronunciate queste parole (Es. 21:24), ossia in riferimento alle sanzioni da applicare per i crimini “contro la persona”, tale principio implica che la pena per un reato debba essere proporzionata alla gravità di quest’ultimo (si noti peraltro che la giurisprudenza ebraica ha sempre ritenuto che tali indicazioni riguardanti parti del corpo andassero tradotte in compensazioni pecuniarie). Pertanto, per rimanere nei termini qui utilizzati, per un “occhio” non si prenderà di meno, ad esempio un'”unghia”, né di più, ossia ad esempio una “testa”.

Sicuramente i discepoli di Cristo non possono concedersi che il loro comportamento scenda al di sotto della soglia indicata dalla Legge: senza dubbio essi devono sforzarsi di seguire un parametro di giusta proporzionalità nei loro rapporti con il prossimo. Qui però, ci fa intendere Gesù, è anche il luogo in cui si fermano farisei e scribi. Che forma può dunque prendere una giustizia che, a partire dall’obbedienza alla Legge, santa e giusta, si spinga però oltre la loro? In altri termini, che forma può prendere una giustizia che tenga per buona l’antica Legge laddove questa è preservata, confermata, ma anche ammantata e sviluppata da Gesù? Nel caso specifico sul quale stiamo qui meditando, ci viene rivolto l’invito a procedere oltre il principio di proporzionalità – senza perderlo o dimenticarlo – per raggiungere quello della generosità e della non-proporzionalità, della giustizia che ci porta a dare più di quanto ci viene richiesto e a non chiedere ciò che ci è dovuto (“Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due”). Questo “di meno” e questo “di più” che eccedono il criterio di proporzionalità della Legge non sono un frutto di debolezza e/o di iniquità, bensì di una maggiore forza, di un maggiore radicamento in Dio e il suo insegnamento, che nella geografia spirituale delle Scritture è frutto del passaggio dal Sinai al Monte delle Beatitudini – dalla voce di Dio che esce dalla montagna tremante avvolta dal fumo come di una fornace (Es. 19:18) alla medesima voce questa volta articolata da Gesù sul Monte delle Beatitudini sotto un cielo terso e alla piena vista dei discepoli (Matteo 5:1).

Quindi, l’indicazione che ci proviene dal Monte delle Beatitudini è chiara: il discepolo di Cristo deve saper vivere nella normalità della Legge Antica – in questo caso, la legge di una giusta proporzionalità nei rapporti umani – e a partire da essa ambire all’eccezionalità della giustizia superiore che gli viene indicata dal Maestro – la generosità non-proporzionale come nuovo e superiore criterio di azione. Solo vivendo in questo modo, si diventa infine degni del Regno dei Cieli.

Si badi bene però: la testimonianza unitaria delle Scritture ci indica che una vita contrassegnata da una tale etica non è possibile solo sulla base dei nostri sforzi. Essa infatti può scaturire solo a partire dall’ascolto della Parola di Dio e può mantenersi solo grazie al continuato ascolto di quella stessa Parola. In altre parole, la stessa voce del Dio che ci indica la strada da percorrere verso il Regno dei Cieli non solo continua a indicarci questa via mano a mano che continuiamo a riascoltarla, ma essa ci apre anche alla possibilità di percorrere questa strada, indicandoci come ciò debba essere fatto e infine donandoci la forza per metterci in cammino. Infatti, nella Parola che noi ascoltiamo e meditiamo possiamo fare esperienza della presenza personale del Dio che ne è l’autore, nonché del fatto che egli ci accompagna nel cammino, dandoci la forza per aggiungere un passo all’altro, giorno dopo giorno, fino a che non saremo nel Regno.

Dunque, non solo le due montagne – il Sinai e il Monte delle Beatitudini – ci danno l’obiettivo del cammino e il modo per percorrerlo, ma esse diventano per noi anche il luogo in cui poter iniziare a sperimentare la presenza viva di chi ha posto in essere l’una e l’altra cosa. In conclusione, è solo in dipendenza continua dal Dio che ci parla dalle Due Montagne e in generale dalle Scritture, sospinti in avanti dal suo Spirito, che possiamo diventare degni del Regno che ci è stato promesso.

Vorrei ora terminare con alcuni quesiti, ispirati dalla nostra meditazione e che ciascuno può utilizzare per la propria auto-riflessione:

  1. Quanto conosciamo il contenuto della Legge del Sinai e del Sermone sul Monte?
  2. Quanto è una preoccupazione reale della nostra vita sforzarci di mettere in pratica l’etica che è stata pronunciata dalla cima delle due montagne?
  3. Fino a che punto siamo consapevoli del fatto che i nostri sforzi possono essere coronati dal successo solo grazie alla benedizione e al sostegno dello stesso Dio che ce li ha prescritti?
  4. Infine, cerchiamo nell’ascolto della Parola e nella preghiera di coltivare la nostra dipendenza da Lui, affinché il nostro cammino verso il Regno possa avvenire con successo?

Amen.