Mi permetto oggi, anche se di solito non parlo di me, di iniziare con un ricordo personale, ma lo faccio in via speciale per introdurre il passo che ho scelto. Ho fatto negli scorsi anni per due volte, con ambientazioni differenti, un sogno angosciante.
Dunque, ero in una chiesa e dovevo salire sul pulpito per fare un funerale. Ero però angosciato, nervoso, non ricordavo nulla, e mentre ero sulla scaletta per salire sull’alto pulpito, dicevo fra me e me: „ma che stupido sei stato, non sei per niente preparato, nelle tua testa c’è il vuoto” ed era proprio questa la sensazione che avevo. E mi chiedevo: „perché, perché?” Poi arrivava un sollievo totale, un senso di liberazione mi invadeva. No, non dovevo essere preparato, tutto andava bene, infatti, il funerale era il mio!
Per deformazione professionale, dopo il sogno pensavo che comunque dovevo scegliere però almeno il passo. E mi è venuto in mente il passo che vi propongo oggi. Perché ai funerali c’è sempre la tentazione di celebrare un po’ il defunto. E questo non va bene. E dunque il testo che leggeremo fa risaltare l’annuncio di grazia del Signore che è centrale da predicare, anche ad un funerale. Poi però ho pensato che sarebbe stato meglio un bell’annuncio di grazia nel Signore, come in Efesini 2, più diretto.
Perché però quel passo oggi? Perché se si guarda indietro, a volte, si corre un pericolo, la tentazione di dire „che bravo: ho fatto questo e quell’altro”. Non parlo di una certa soddisfazione umana, ma di una specie di sentimento di autosufficienza. Vale per i pastori, vale per chi ha fede e anche vale per le comunità, alcune delle quali ho sentito a volte lodarsi. Ma „chi si loda si imbroda”, dice il detto.
Ecco allora che Gesù Cristo, non sappiamo in quale occasione o in quale contesto lo dica, ma racconta così ai suoi discepoli che ben conosce:
«Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: “Vieni subito a metterti a tavola”? Non gli dirà invece: “Preparami la cena, rimbòccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu”?
Si ritiene forse obbligato verso il servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato? Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: “Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare”». (Luca 17:7-10)
Inutili. Non è che il Signore ci pensa come esseri inutili. Affatto: è morto per noi per salvarci, per ognuno di noi ha sofferto ed è morto per darci salvezza…
il Regno avanza
Però in questo passo lo dice per due motivi.
1) Il primo è che dal punto di vista della Chiesa, della fede, non siamo noi a portare il Regno di Dio nel mondo o a farlo avanzare. Certo il Signore ci chiama, ci chiama a tante vocazioni: il genitore o l’insegnante, il medico o l’impiegato, quello che anima il gruppo, quello che porta tranquillità e chi invece deve metterci la faccia „perché qualcuno lo deve dire”.
Però non siamo indispensabili. Se lo fossimo sarebbe ben grave: una mancanza, un passo falso e la grazia di Dio si fermerebbe nel mondo, inceppata da qualche nostra omissione o da un errore. Invece, grazie a Dio, la Parola del Signore non è mai incatenata, arriva dove vuole e se non sarà attraverso noi, sarà per qualche altra persona o chiesa o situazione, che la Parola arriverà a salvare. In questo siamo inutili, non indispensabili, sempre sostituibili, e non dobbiamo essere affatto superbi.
Il Signore Gesù Cristo ci conosce, conosce i suoi discepoli e allora, con un linguaggio un po’ crudo, ma franco e diretto come suo solito, ce lo dice. Dalle pietre può far sorgere figli ad Abramo, per portare grazia a chi di grazia dispera può trovare mille vie e chissà quante altre persone.
obbedienza
Il secondo motivo è che la fede è anche obbedienza. Certo la fede è fiducia nell’opera del Signore, la fede è credere in Gesù Cristo come Salvatore, la fede è confidare nello Spirito santo, ma è anche ubbidire al Signore nella vita. Giorno dopo giorno, nella propria quotidianità, nel lavoro o nelle amicizie, nella politica o nella società. Come anche in quelle occasioni in cui bisogna assolutamente fare qualcosa di realmente cristiano e con amore del prossimo.
Il dovere cristiano e non altro, è la guida quotidiana al nostro vivere. Perché vivo se non per seguire il mio Salvatore? Signore da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna.
Certamente non è sempre semplice. Qualcuno tirerà fuori subito delle situazioni estreme, che certo ci interrogano: l’eutanasia, la testimonianza di chi viene perseguitato. Ma sono vere domande oppure solo un rimandare ciò che è invece dinnanzi alla nostra mano? Finché puoi, fai quello che devi senza aspettare. Infatti, molte volte sarà molto semplice: fai il tuo lavoro come servizio alla società umana, vivi guardando agli altri con umanità, ricambia il saluto e non essere sempre sospettoso… Rifletti che un gesto d’amore non è un’impresa spericolata, ma significa vivere da essere umani.
certezza
Ed è lì, proprio in quei momenti che stiamo tentando di essere ubbidienti al Signore, che ci capiterà di sperimentare quanto siamo lontani dal comandamento del Salvatore, avremo contezza, cioè sarà evidente nella nostra mente, di quanti errori abbiamo fatto e di quanto sembrano inutili tutti i nostri sforzi… Però proprio in quel momento di scoraggiamento, proprio in quel sentirsi inutili, riceveremo la certezza che tutto ciò che il Signore vorrà realizzare non dipende solo da noi, con le nostre debolezze e contraddizioni, ma tutto dalla grazia di Dio. Ed Egli interviene.
Il mondo nell’anno che viene non si fermerà, con la sua violenza e crudeltà, ma il Signore manda avanti il suo piano lo stesso, per l’umanità e per tutti noi. Infatti, Gesù Cristo dato che è il Signore della grazia, realizza la sua grazia nella nostra vita, nonostante non ci sia stato tempo per tutte le cose meravigliose che avremmo potuto realizzare. Nonostante rimpianti o errori. E per sua grazia sovrabbondante, siamo salvi e accolti nel suo amore perfetto. Amen