Assemblea straordinaria

Gli aventi diritto di voto riceveranno per posta ordinaria, nei tempi previsti, la convocazione all’Assemblea straordinaria della Comunità evangelica riformata di Bellinzona e dintorni, di cui qui si dà il preavviso.

ASSEMBLEA STRAORDINARIA per l’elezione del Pastore di lingua italiana per la nostra Comunità Candidato: pastore Tommaso Manzon

Sabato 13 dicembre 2025, ore 14:30 nella chiesa riformata di Bellinzona

AUSSERORDENTL. VERSAMMLUNG zur Wahl des italienischsprachigen Pastors für unsere Gemeinde Kandidat: Pfarrer Tommaso Manzon

Samstag, 13 Dezember 2025,um 14:30 Uhr in der reformierten Kirche von Bellinzona.

Questa Assemblea Straordinaria si svolgerà in due fasi:

Fase 1: 14:30 – 15:30
Nella prima ora, la Comunità di Bellinzona e dintorni, incontra il candidato per un colloquio pubblico finalizzato a conoscere sia la persona sia il pastore Tommaso Manzon. I presenti potranno porre liberamente delle domande al candidato.

Fase 2: 15:30 – 16:30
Come da statuto, si procederà alla votazione formale per ratificare o respingere la candidatura di Tommaso. Manzon. (la proposta è accettata se almeno 2/3 dei votanti sono favorevoli).

Diese ausserordentliche Versammlung läuft in zwei Phasen ab:

Phase 1: 14:30 – 15:30
In der ersten Stunde trifft sich die Gemeinde von Bellinzona und Umgebung mit dem
Kandidaten zu einem öffentlichen Gespräch, um sowohl die Person als auch den Pfarrer
Tommaso Manzon kennenzulernen. Die Anwesenden können dem Kandidaten frei Fragen stellen.

Phase 2: 15:30 – 16:30
Gemäß der Satzung wird eine formelle Abstimmung durchgeführt, um die Kandidatur von Tommaso Manzon zu bestätigen oder abzulehnen. (Der Vorschlag gilt als angenommen, wenn mindestens 2/3 der Abstimmenden dafür sind).

Per chi non ha potuto partecipare al culto del 16 novembre in cui c’è stata la predicazione di prova del candidato riportiamo la traccia del suo sermone di prova. Trovate in tedesco un riassunto di questo.

Sermone di prova di Tommaso Manzon Bellinzona – 16/11/2025

Premessa:

Quello di Giobbe è un libro particolare, che se letto isolatamente potrebbe sembrare avulso dal resto del canone biblico. Non si menzionano eventi legati alla storia d’Israele, il protagonista non è un ebreo, non emergono riferimenti ai riti o alle feste ebraiche e infine il nome proprio di Dio (Yahweh) viene utilizzato ma soltanto in modo limitato e prevalentemente nell’inizio e nella conclusione. Inoltre, la vicenda personale del protagonista, Giobbe, è notoriamente molto dura ed è per così dire difficile da “digerire”. Essa è, in sintesi, la storia di un “giusto che soffre”, ovvero di qualcuno che riceve una serie di disgrazie che dal punto di vista umano sono ingiustificate, nella misura in cui esse non sembrano essere state in alcun modo provocate dalle azioni di Giobbe.

Se però questo volume è stato incluso nel canone biblico, dobbiamo supporre che esso ricopra un ruolo specifico al suo interno. Nello specifico, una funzione che Giobbe sembra svolgere è quella di dare voce a un’esperienza umana universale, ossia l’esperienza della sofferenza apparentemente insensata e del nostro appello a Dio nel mezzo di questo dolore. Quest’esperienza, espressa da qualcuno come Giobbe, che non fa parte del popolo d’Israele e che non conosce la Torah, assume ancora di più un carattere universale come espressione del sentimento di tutta l’umanità la quale, pur non conoscendo il nome proprio del Dio creatore dei cieli e della terra, cionondimeno in qualche modo ha in qualche modo sentore della sua presenza e della sua natura.

Testo:

1 “L’uomo, nato di donna, vive pochi giorni ed è sazio d’affanni.
2 Spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra, e non dura.
3 E sopra un essere così, tu tieni gli occhi aperti e mi fai comparire con te in giudizio!
4 Chi può trarre una cosa pura da una impura? Nessuno.
5 Se i suoi giorni sono fissati, e il numero dei suoi mesi dipende da te, e tu gli hai posto un termine che egli non può varcare, 6 distogli da lui lo sguardo, perché abbia un po’ di tranquillità e possa godere come un operaio la fine della sua giornata.
7 Per l’albero almeno c’è speranza; se è tagliato, rigermoglia e continua a mettere germogli.
8 Quando la sua radice è invecchiata sotto terra e il suo tronco muore nel suolo, 9 a sentir l’acqua, rinverdisce e mette rami come una giovane pianta.
10 Ma l’uomo muore e perde ogni forza; il mortale spira, e dov’è egli?
11 Le acque del lago se ne vanno, il fiume vien meno e si prosciuga; 12 così l’uomo giace e non risorge più; finché non vi siano più cieli egli non si risveglierà, né sarà più destato dal suo sonno.
13 Oh, volessi tu nascondermi nel soggiorno dei morti, tenermi occulto finché l’ira tua sia passata, fissarmi un termine e poi ricordarti di me!
14 Se l’uomo muore, può egli tornare in vita? Aspetterei fiducioso tutti i giorni della mia sofferenza, finché cambiasse la mia condizione: 15 tu mi chiameresti e io risponderei, tu vorresti rivedere l’opera delle tue mani.

Sintesi del sermone:

1 – Le parole di Giobbe rappresentanouna triste riflessione sulla condizione umana: tutto muore, ma in qualche modo rinasce – solo l’essere umano spira del tutto e ciò che è peggio ne è conscio. Non solo, nella sua miseria, l’essere umano viene fatto “comparire in giudizio” con Dio. Ma attenzione, che non si tratta questo di un giudizio che è destinato a svolgersi post-mortem. Giobbe, se si legge con attenzione, descrive la vita stessa dell’essere umano come qualcosa di sottoposto al giudizio di Dio.L’esito di tale giudizio però sembra essere scontato e negativo. Del resto, il giudizio che ci viene presentato è quello di qualcosa di impuro, l’essere umano, che non può diventare purò da sé. Che risultato può dunque avere quest’esame, nel momento in cui noi, impuri, appariamo di fronte a un Dio che intuiamo invece – questo pare che sia l’implicito delle parole di Giobbe – essere perfettamente puro?

2 – Ma le parole di Giobbe non si limitano ad arrivare fino a qui – non scemano nella morte e nella disperazione di fronte a un giudizio inappellabile. Il grido che si eleva, quello di un uomo che non è un israelita ma che come ogni essere umano è conosciuto dal Dio d’Israele e che si trova di fronte a questo Dio che gli si manifesta nel mezzo della disgrazia, è quindi il grido dell’umanità che si chiede tormentata se vi sia speranza oltre la vita. In mezzo alla disperazione montante, provocata dalla morte e dalla corruzione che tutto consuma, ancora l’umanità, rappresentata da Giobbe, ha il sentore di una presenza, di un Dio il cui volto non conosce, ma che intuisce potrebbe riscuoterlo dalla morte. Vi è quindi un bagliore di speranza in mezzo a questo buio che sembra sopravanzare ogni cosa. Allo stesso tempo però questo medesimo Dio, questa medesima presenza, costituisce un metro di giudizio, un criterio di perfezione, di compiutezza, che l’umanità percepisce nel proprio cuore e che come uno specchio in cui essa si riflette la rende conscia della propria impurità, imperfezione e incompiutezza. E allora, questa specie umana di cui Giobbe qui è il rappresentate, è colto in una dialettica tra la morte e la vita, tra la speranza e la disperazione, tra l’evidenza da una parte della morte, della corruzione, del giudizio di Dio e dall’altra della coscienza inarticolata di una speranza, di un oltre che potrebbe esserci ma che sembra in fondo essere vana illusione, un grido di aiuto destinato a perdersi nel vuoto. Dunque, l’uomo Giobbe si pone una domanda che non può ricevere risposta ma neppure può essere eliminata: vi è redenzione dalla morte e dall’impurità morale?

3 – La Buona notizia della morte e risurrezione di Cristo è la risposta affermativa alla domanda di Giobbe – Sì! C’è vita oltre questa vita e oltre la morte, una vita indisturbata dal dolore e dal decadimento; Dio è colui che dispensa questa nuova vita e lo mostra in Gesù di Nazareth. La sua vita, il suo sacrificio, la sua risurrezione, sono l’evidenza della volontà di Dio di perdonare l’uomo, di non condannarlo nel giudizio a cui pure egli è sottoposto e di rinnovarlo nella sua compassione, portandolo a una compiutezza altrimenti al di là delle sue forze. Dio può rendere puro ciò che è impuro, rendere completo ciò che non lo è, dare la vita a ciò che è morto e la stabilità a ciò che per natura è mutevole. Per questo, Gesù è la risposta affermativa, completa e definitiva alle domande di Giobbe e dell’umanità tutta. Vi è vita e redenzione in Cristo per Giobbe e per tutti coloro che credono, per il disegno del Padre, per l’obbedienza del Figlio, per la potenza dello Spirito Santo. Amen

Hiob 14: 1-15
Der Mensch, vom Weibe geboren, lebt kurze Zeit und ist voll Unruhe, geht auf wie eine Blume und welkt, flieht wie ein Schatten und bleibt nicht. Doch du tust deine Augen über einen solchen auf, dass du mich vor dir ins Gericht ziehst. Kann wohl ein Reiner kommen von Unreinen? Auch nicht einer! Sind seine Tage bestimmt, steht die Zahl seiner Monde bei dir und hast du ein Ziel gesetzt, das er nicht überschreiten kann: so blicke doch weg von ihm, damit er Ruhe hat, bis sein Tag kommt, auf den er sich wie ein Tagelöhner freut.
Denn ein Baum hat Hoffnung, auch wenn er abgehauen ist; er kann wieder ausschlagen, und seine Schösslinge bleiben nicht aus. Ob seine Wurzel in der Erde alt wird und sein Stumpf im Staub erstirbt, so grünt er doch wieder vom Geruch des Wassers und treibt Zweige wie eine junge Pflanze. Stirbt aber ein Mann, so ist er dahin; kommt ein Mensch um – wo ist er? Wie Wasser ausläuft aus dem See, und wie ein Strom versiegt und vertrocknet, so ist ein Mensch, wenn er sich niederlegt, er wird nicht wieder aufstehen; er wird nicht aufwachen, solange der Himmel bleibt, noch von seinem Schlaf erweckt werden.
Ach dass du mich im Totenreich verwahren und verbergen wolltest, bis dein Zorn sich legt, und mir eine Frist setzen und dann an mich denken wolltest! Meinst du, einer stirbt und kann wieder leben? Alle Tage meines Dienstes wollte ich harren, bis meine Ablösung kommt. Du würdest rufen und ich dir antworten; es würde dich verlangen nach dem Werk deiner Hände.

Zusammenfassung der Predigt über Hiob 14:1-15
Hiob, Vertreter der gesamten Menschheit, schlägt eine ziemlich traurige Reflexion über die menschliche Natur vor. Der Mensch stirbt und lebt unter dem ewigen Urteil Gottes, eines perfekten Gottes, gegenüber dem der Mensch dazu bestimmt ist, immer unvollkommen zu sein, eines Gottes, der unweigerlich ein schonungsloser Richter über Einzelne und Nationen ist.
Gleichzeitig lebt Hiob in der Hoffnung, dass dieselbe göttliche Präsenz, die über ihn urteilt, ihm auch Schlüssel zum ewigen Leben sein kann, für einer vollständig Erneuerung seiner Existenz, jenseits der menschlich-irdischen Grenzen. Was kann diese Hoffnung bestätigen und die Vorstellung widerlegen, dass Tod und moralisches Versagen das endgültige Schicksal des Menschen sind?
Was die Waage zugunsten des Lebens und der moralischen Erneuerung ausschlagen lässt, ist die Frohe Botschaft Jesu Christi.
Sein Leben, sein Opfer und seine Auferstehung sind der Beweis für den Willen Gottes, dem Menschen zu vergeben, ihn nicht gemäss dem Urteil des Gerichts, dem er unterworfen ist, zu verdammen; den Menschen somit zu erneuern, indem er ihn zu einer Vollkommenheit führt, die sonst jenseits seiner Kräfte liegt.
Jesus ist also die bejahende, vollständige und endgültige Antwort auf die Fragen Hiobs sowie der gesamten Menschheit.